Senato, Consulta e democrazia liberale

Riforme
L'aula del Senato durante l'esame del ddl Rai, Roma, 30 luglio 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

Il mezzo milione di emendamenti presentati fa ben capire lo stato patologico avanzato in cui versa il nostro sistema parlamentare

La riforma del sistema bicamerale ritorna fra qualche giorno all’esame del Senato per la sua approvazione da parte dei rappresentanti eletti, prima del referendum popolare che dovrà valutarla definitivamente.
Basterebbe la circostanza che oltre mezzo milione di emendamenti siano stati presentati nei confronti del disegno di legge costituzionale per farci capire lo stato patologico avanzato in cui versa il nostro sistema parlamentare. Le critiche tardive della classe politica, chiaramente strumentali (è evidente a tutti che si tratta da parte delle opposizioni di indebolire il governo piuttosto che di contribuire ad un dibattito costruttivo aperto da ormai molti anni), non meriterebbero molta attenzione, se non vi fosse da parte di alcuni opinionisti (il cui ideologo più noto è certamente il fondatore di Repubblica) un sistematico tentativo di presentare la riforma come una minaccia nei confronti della democrazia. Gli argomenti sui quali si fonda la critica sono essenzialmente slogan, il cui potere retorico consiste essenzialmente nella loro ripetizione ossessiva. In sostanza sono slogan vuoti, espressione di provincialismo culturale e di implicita condanna del sistema democratico.

Per andare oltre la retorica e gli interessi di parte vale la pena richiamare alla memoria le radici storiche del bicameralismo. Da un lato esso rinvia, come in Inghilterra e oggi nel Regno Unito, alle antiche costituzioni miste, a sistemi pre-democratici, dove accanto ad una camera elettiva, rappresentativa degli interessi della borghesia, esisteva una camera nobiliare, a difesa dei privilegi e dei diritti speciali dell’aristocrazia di sangue. Dall’altro, così negli stati di origine federale come gli Stati Uniti e la Germania, la seconda camera era espressione delle unità politiche (states o Länder) la cui unione ha dato origine alla costituzione nazionale. Nella cultura politica del secolo 19°, le seconde camere sono state talvolta pensate come organi di controllo nei confronti della maggioranza della camera bassa (spesso considerata pericolosa perché più vicina alle classi popolari). Organi, dunque, per lo più di garanzia della conservazione politica; nei quali notabili, eletti su base personale, erano investiti del ruolo di tenere sotto controllo le passioni e gli interessi emergenti nella camera bassa. La nascita dei partiti politici organizzati (che naturalmente non sono affatto scomparsi – basti pensare alla diffusa ostilità che, a torto o a ragione, essi suscitano!) ha reso obsoleto quel meccanismo di controllo sulle maggioranze della prima camera. Nei sistemi parlamentari democratici, con una o due camere, sono i partiti o le coalizioni di partiti (inevitabili con leggi elettorali proporzionali) che decidono delle politiche. Se, come in Italia ed in Romania – unico altro esempio -, le due camere hanno gli stessi poteri è necessaria una maggioranza omogenea nei due rami del Parlamento per approvare una legge. Se le maggioranze fossero diverse più che con un controllo reciproco si avrebbe un sistema bloccato. O si dovrebbe immaginare un sistema presidenziale forte, come quello che esiste negli Stati Uniti dove il Presidente Obama può prendere decisioni importanti, come l’accordo con l’Iran sul nucleare, nonostante l’opposizione del Congresso repubblicano. Ma allora si fuoriuscirebbe dalla struttura parlamentare della nostra costituzione.

I Costituenti nel 1947, contro la volontà della sinistra socialcomunista, inventarono un meccanismo alternativo per garantire la democrazia liberale e gli abusi di potere sempre possibili in ogni forma di governo. Accanto alla costituzione rigida, che non può essere modificata dalla maggioranza senza l’accordo dei cittadini (il referendum costituzionale confermativo), essi introdussero, in perfetta coerenza con quella scelta, un guardiano della Costituzione: della sua struttura di base e dei diritti che essa garantisce ai cittadini. I nostri padri fondatori non credettero che il Senato potesse costituire una protezione efficace della democrazia su cui gli ideologi della controriforma ripetono slogan senza fondamento. Era necessario ad avviso dei nostri padri fondatori un organo che proteggesse il paese nei confronti del Parlamento, in quanto tale, cioè della sua maggioranza, e delle sue possibili leggi illiberali. Chiunque abbia seguito le vicende politiche degli ultimi 20 anni sa perfettamente (ed i costituzionalisti prima di tutto, oggi muti sul tema) che non è stato il Senato della Repubblica, eletto direttamente dai cittadini, che ha bloccato le leggi contrarie alla Costituzione; ma la Corte costituzionale, un organo non elettivo nominato per due terzi da organi non eletti dai cittadini. Qualche volta il bicameralismo ha fatto cadere governi (per lo più di centrosinistra) grazie ai veti di piccole minoranze partigiane della coalizione. A cosa serve dunque il Senato che si pretende baluardo della democrazia?
Il tentativo di farne una camera delle autonomie, va seguito con interesse. La legge per la nomina dei senatori non è ancora stata definita, e non può essere la pietra dello scandalo. Solo il tempo dirà se la Camera delle autonomie sarà in grado di rafforzare l’unità del paese (e integrarlo di più all’Unione Europea) o se diventerà, invece, la sede di istanze localistiche e di disunione. Pretendere – come si fa – che toccare il Senato eletto dai cittadini (ma chissà perché allora con poteri minori?!) disarticola il sistema liberal-democratico è una assurdità costituzionale.

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