Sei percorsi per la Riforma

Riforme
Italy's Prime Minister Matteo Renzi talks during a confidence vote at the Senate in Rome February 24, 2014. Renzi faces his first test before a fractious national parliament on Monday when he goes to the Senate to put flesh on ambitious reform plans and seeks to win a confidence vote in his newly installed government. REUTERS/Tony Gentile  (ITALY - Tags: POLITICS)

Le leggi ordinarie saranno di competenza della Camera e il Senato avrà titolo di proposta, quelle di rango costituzionale o relative agli Enti Locali e ai trattati europei le faranno insieme

Guardando dal basso verso l’alto gli esimi professori che hanno sottoscritto l’appello per il No alla riforma della Costituzione, mi permetto di osservare che il loro ragionare ha più il segno del pregiudizio che quello della prefigurazione. Se il riformismo equivalesse a un cambiamento pur che sia, di certo renderebbe un pessimo servizio all’Italia e agli italiani. La riforma costituzionale appena approvata, dopo una discussione durata due anni e ben sei passaggi parlamentari, costituisce una risposta democraticamente utile a problemi che già interessarono i Costituenti. Allora ci si orientò in una direzione segnata dal superamento del ventennio fascista. Oggi la democrazia non corre il rischio del tiranno bensì quello di un “anchilosamento”. Perciò è necessario che rappresentanza e decisione trovino un miglior equilibrio. Esigenza talmente condivisa che ampia, ben oltre il perimetro governativo, è stata la maggioranza a sostegno della riforma in prima lettura. Per politicismi assai poco costituenti parte dell’opposizione si è poi sottratta, facendo prevalere la tattica recriminatoria sulla strategia del merito. La questione è aperta da tempo.

La prima commissione Bicamerale per la riforma della Costituzione risale al 1983. La riforma approvata dal Parlamento ben 33 anni dopo è un buon ammodernamento del nostro telaio istituzionale. Varato nella più totale osservanza dell’articolo 138 che i Costituenti eressero a garanzia della Costituzione medesima. Al fondo vi è una domanda semplice che richiede risposta semplice: il progetto di riforma costituzionale su cui i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi in autunno, farà regredire la qualità del nostro sistema democratico o lo renderà più capace di affrontare le ardue sfide dell’odierna complessità? A mio modesto avviso la crisi della nostra democrazia, perché di questo si tratta, è tale da richiedere ciò che il progetto propone. Per assicurare alla nostra Carta Fondamentale nuova linfa e maggior forza. Un’amorevole cura radicale per mantenerla vitale.

In che direzione muove la riforma? Su 6 percorsi democratici.

Qualificazione della rappresentanza, con il Parlamento composto da una Camera legislativa politica eletta a suffragio universale unica titolata a dare e togliere la fiducia al Governo e un Senato che rappresenta le Istituzioni territoriali.

Efficacia della decisione, col superamento del bicameralismo, l’introduzione di una corsia per l’esame di atti del Governo necessari alla realizzazione del proprio programma.

Estensione delle garanzie, con l’introduzione dello Statuto delle opposizioni e l’innalzamento del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Istituti rafforzati per la partecipazione e la democrazia diretta, rendendo cogenti le leggi di iniziativa popolare, abbassando il quorum del referendum abrogativo, introducendo i referendum propositivi e d’indirizzo.

Contenimento dei costi della politica, con la riduzione drastica del numero dei parlamentari, il controllo dei conti e dei costi delle Regioni, la semplificazione della filiera istituzionale.

Riorganizzazione della Repubblica, riportando in capo allo Stato le questioni strategiche, rendendo più chiare le competenze regionali e rafforzando il cosiddetto regionalismo differenziato in modo che le Regioni che hanno il bilancio in pareggio possano agire direttamente su materie di competenza statale, superando le Province e concentrando l’azione amministrativa nei Comuni sulla base di un’accentuata sussidiarietà verticale.

Il nuovo Senato sarà il luogo dove, abbandonata la suggestione federalista risultata purtroppo impercorribile, si ricomporrà la Repubblica. Sinonimo di Stato, Regioni, Comuni. Attivando una relazione diretta con la normazione europea secondo un’efficace idea regionalista nazionale e sovranazionale. Perciò il nuovo Senato, composto da Sindaci e rappresentati delle Regioni indicati dai cittadini, parteciperà al procedimento legislativo secondo criteri differenti ma chiari. Le leggi ordinarie saranno di competenza della Camera e il Senato avrà titolo di proposta, quelle di rango costituzionale o relative agli Enti Locali e ai trattati europei le faranno insieme.

Dov’è la confusione? Dov’è il conflitto? I ruoli sono nettamente definiti per funzioni e per materie. Il fatto rilevante è che si portano Regioni e Comuni nel cuore dello Stato, non più solo periferie. Il progetto di riforma ha avuto una lunga e proficua incubazione, ha tenuto in gran considerazione i lavori dei trent’anni precedenti, ha mosso i propri passi nell’alveo della discussione tra i padri fondatori della Repubblica, ha acquisito apporti dalle diverse culture politiche. Si può legittimamente non condividere ma non accusare di comprimere gli spazi democratici. È un progetto unitario. Il nuovo Senato ha senso se raccordato alla modifica del Titolo V. L’idea di spacchettare il referendum in più quesiti equivarrebbe a vestire l’Italia con l’abito di Arlecchino.

Certo, sarebbe stato di gran lunga preferibile affrontare anche la riorganizzazione regionale e il tema delle Regioni a statuto speciale. Purtroppo non c’erano in proposito i consensi necessari. Mi auguro sarà un passaggio successivo, nel prossimo Parlamento, a completamento della riforma. La nuova legge elettorale accompagna. Il tema non è banalmente sapere la sera delle elezioni chi ha vinto. La questione è dare stabilità al sistema. Perché la stabilità è tra le premesse della credibilità. Un paese è forte se è stabile e credibile non se cambia una sessantina di governi in neppure settant’anni. L’Italicum dà queste opportunità, con un limitato premio di maggioranza attribuito non ad una coalizione posticcia ma alla lista che al primo o al secondo turno supera il 40% dei voti. Garantisce il diritto di tribuna a tutti coloro che hanno un minimo consenso atteso che si entra alla Camera se si raggiunge il 3%. Ovviamente sarebbe stato assai migliore un sistema elettorale basato sul collegio uninominale a doppio turno. Malauguratamente non c’era una maggioranza parlamentare a sostegno. Sarebbe molto utile, oltre gli inesistenti plebisciti e i ben più concreti desideri di usare il referendum per portare il Paese alle ennesime elezioni anticipate abbattendone la credibilità, confrontarsi davvero nel merito di questo Compromesso Democratico. Affinché la democrazia viva e non vivacchi. Perché ciò accada occorre evitare di brandire clave. A partire da quella di un Parlamento delegittimato a riformare. Questo si che rappresenta un vero oltraggio a quella Costituzione che si vuol difendere a prescindere. E alla Corte Costituzionale che la tutela e la interpreta

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli