Se votasse il mare…

Referendum
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Il suo dio Poseidone scaglierebbe il tridente forgiato da Efesto e ci manderebbe tutti a quel paese

Ah, se il mare potesse parlare. Tanto più, come scriveva Conrad, che il mare non è mai stato amico dell’uomo, tutt’al più suo complice. Altro che domenica del si, del no o dell’astensione. Il suo dio Poseidone scaglierebbe il tridente forgiato da Efesto e ci manderebbe tutti a quel paese. Se avesse diritto di parola, vomiterebbe insieme agli insulti tutto ciò che allegramente scarichiamo nelle sacre (a parole) acque, per il brutto vizio nazionale di rito medievale che ancora vede un terzo buono dell’Italia buttare tutto direttamente nei fiumi (i più inquinati d’Europa) per finire in mare o nelle acque marine.

È un catalogo da schifo composto da materiali di origine fecale, liquami zootecnici o chimici non trattati, microrganismi patogeni che possono causare malattie, metalli pesanti che possono avvelenare organismi marini, fosfati e polifosfati da detersivi e un blob alieno che l’Arpac di Napoli per il Volturno definisce tecnicamente: «Frammenti polposi di materia organica in decomposizione». Quando i volontari del Wwf o Legambiente ripuliscono anse di fiumi e spiagge trovano spiaggiati dalla risacca pneumatici, materassi, lamiere, carcasse di animali, spazzatura, scarti industriali, plastiche, lavatrici e motorini e persino automobili, e catrame da sversamento clandestino di petroliere che rilasciano alll’incirca 150mila tonnellate di idrocarburi l’anno per operazioni di lavaggio assassino e in 22 anni 27 gravi incidenti ne hanno scaricate 270mila tonnellate nel Mediterraneo.

Quanti tratti di mare sono luoghi di nessuno e da conati di vomito e riflettono un problema enorme ma già accuratamente rimosso nell’equivoco referendum del 2011? L’annuale report di Goletta Verde riporta il dato del 45% di coste con acque con cariche batteriche superiori ai limiti imposti dalla normativa, un punto inquinato ogni 62 chilometri sul totale dei 7458. Del resto, vediamo ogni estate quanto mare utilizzato come fogna è vietato alle balneazione, ma i cartelli se ci sono li ignoriamo per la nostra assuefazione allo schifo.

Il mare, dunque, se potesse parlare manderebbe a quel paese chiunque abbia avuto un minimo di potere locale, regionale e nazionale e non ha fermato inquinatori e realizzato opere e interventi. E con lo Stato centrale sono state inadempienti molte Regioni, comprese quelle che hanno lanciato il referendum trivelle sì-trivelle no (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) e che alimentano la cronica malattia del mare, ma guardano allo zero virgola del totale degli inquinanti e dei rischi. Sulle trivelle indaga anche il mitico commissario Montalbano, ingaggiato dal Wwf. Potrebbe guardare cosa accade intorno alla sua amata Vigata e darci i colpevoli della mancanza di fognature e depuratori per 6 siciliani su 10? Spiegarci perché la sua Regione ha il record planetario di depuratori che sono ben 431 per 390 comuni ma, concluso l’affare cemento negli anni Novanta, oggi ne funzionano forse 12 e oltre duemilionidue di siciliani è come se la facessero direttamente in mare?

Cari presidenti di Regione, ma non sarebbe stato meglio portare a galla questa smemoratezza anziché sgusciare sulla via secondaria? La vera questione è essere oggi l’ultimo paese europeo per abitanti raggiunti da reti di fognature e allacciati ad un collettore e al depurazione, e il primo per licenza di inquinare e per scarsi controlli di tante Regioni e soprattutto al Sud. Cavalchiamo pure il tema della difesa del mare come metafora, filosofia e simbolo (ci esercitiamo dai tempi della Grecia classica) ma è semplicemente immorale continuare ad avere un terzo del paese più bello e attraente del mondo con 3 italiani su 10 come se vivessero in aree in via di sviluppo. Nelle 86 città italiane con oltre 150.000 abitanti, avverte l’ultimo report Ue, il 21,8% non risulta connesso a fogna e il 41,9 non è in regola con il trattamento secondario. A 11 anni dal 2005, termine ultimo per la messa a norma dei sistemi fognari e depurativi prevista dalla Direttiva Ue 91/271, siamo l’unico paese con 2 condanne della Corte di Giustizia Europea sul groppone e a una terza in arrivo per un numero abnorme di agglomerati urbani non a norma: 1.025 su 3.193 totali nei quali rientrano gli 8.017 Comuni italiani. Fanno circa 2.500 Comuni fuorilegge.

Il fatto è che in ballo ci sono sanzioni pesantissime, rese note da Bruxelles, a decorrere da questo 2016. Una prima simulazione di Palazzo Chigi, aggiornata dalla struttura di missione per lo sviluppo delle opere idriche voluta da Renzi per accelerare le opere e per disinquinare, porta la cifra complessiva a 480 milioni di euro l’anno da pagare. Un salasso, tutto a carico delle casse regionali con questa ripartizione: Sicilia 185 milioni, Lombardia 74, Friuli 66, Calabria 38, Campania 21, Puglia e Sardegna 19, Liguria 18, Marche 11, Abruzzo 8, Lazio 7, Val d’Aosta e Veneto 5. Solo 2 aree metropolitane su 14, Firenze e Torino, hanno una depurazione al 100%.

Qui non ci sono alibi né fantomatici petrolieri o privati da accusare. I ritardi sono tutti pubblici perché sono pubbliche le opere, sono pubblici gli amministratori inadempienti e responsabili di una vergogna costruita in tanti anni di omissioni. Quale livello di copertura del servizio di depurazione hanno, ad esempio, le Regioni anti-trivelle? Istat 2012 elenca: Basilicata 62.6%, Calabria 51.6, Campania 58.6, Liguria 60.9, Marche 49, Puglia 66.3, Sardegna 61.4, Veneto 48.8 e Molise 63.1.

E se il mare sapesse poi del flusso di fondi europei e nazionali per restituire fiumi e mare alla loro naturalità rimasti bloccati da incuria e inefficienze? E’ una vera cascata di soldi non spesi negli ultimi 15 anni. Solo nel biennio 2011-12, con 3 Delibere CIPE lo Stato ha finanziato a fondo perduto infrastrutture idriche per 2,5 miliardi di euro nelle regioni del Sud (62/2011 per 695 milioni, 87/2012 per 121 milioni e 60/2012 per 1,6 miliardi). Un paccone regalo, e fuori tariffa. Cosa hanno fatto anziché accelerare la depurazione da Napoli a Palermo? Neppure l’hanno aperto il regalo del Governo. Solo in Puglia e oggi in Calabria e tra un po’ in Campania vediamo i cantieri. Lo Stato centrale? Guardava col cannocchiale da lontano, ma senza intervenire, un mare insozzato da scarichi fognari.

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