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Riapre un museo chiuso troppo a lungo e un viadotto crollato: ma per quel che è avvenuto negli ultimi decenni queste non sono semplici inaugurazioni

Due inaugurazioni sarebbero due inaugurazioni, ma solo in un paese normale. In una Calabria e in una Sicilia messe a dura prova da una blacklist di fenomeni di radicale devastazione, possono chiudere invece storie di scandalosi ritardi con corredo di mani dei boss sulle cose pubbliche, affarismo, corruzioni, disattenzioni, affaire della politica romana e locale, inefficienze bibliche della pubblica amministrazione e degli enti di Stato Due inaugurazioni sarebbero due inaugurazioni, ma solo in un paese normale.

In una Calabria e in una Sicilia messe a dura prova da una blacklist di fenomeni di radicale devastazione, possono chiudere invece storie di scandalosi ritardi con corredo di mani dei boss sulle cose pubbliche, affarismo, corruzioni, disattenzioni, affaire della politica romana e locale, inefficienze bibliche della pubblica amministrazione e degli enti di Stato. La prima inaugurazione del presidente del consiglio Matteo Renzi e del ministro Dario Franceschini è stata della disperata voglia di rivivere di Reggio Calabria dove il sindaco Giueppe Falcomatà ha fatto riemergere dalle ceneri di tangentopoli mafiose l’incanto di un museo archeologico e una casa per i mitici bronzi pescati quarant’anni fa e subito ribattezzati dal paese di Calabria dove furono portati a riva, Riace.

Un luogo degno di questo nome che racconta gli artisti dell’antichità e lascia sospesa la domanda su chi tra Ageladas di Argo il bronzista della Scuola del Peloponneso e il suo discepolo Policleto o lo straordinario Fidia che Pericle chiamò alla realizzazione dell’Acropoli di Atene e il suo allievo Alcamene ha plasmato le due meraviglie di bronzo che tutto il mondo ci invidia. Chiunque le abbia create, finalmente la nuova Ragion di stato ha rotto le regole del gioco politico cinico, e ha deciso che la cultura al Sud è più di un investimento vero e duraturo, anche in legalità come dimostra la rinascita di Pompei. Passato lo Stretto tra Scilla e Cariddi, il presidente del consiglio con il ministro Delrio e il capo dell’Anas ha inaugurato una carreggiata. Solo una carreggiata? Sì, ha riaperto la corsia simbolo di un crollo e di una manutenzione che non c’è mai stata per quarant’anni e che deve essere invece ordinaria e quotidiana.

Ha riaperto da ieri al traffico la metà del famigerato viadotto Himera ceduto per frana o per truffa, ce lo dirà la magistratura, il 9 aprile del 2015 bloccando l’autostrada Palermo-Catania, con la seconda campata in ricostruzione. Si può intanto viaggiare su una corsia, e da queste parti è un altro miracolo considerato che il tempo medio per un’opera pubblica è di 14 anni e sei mesi. Già, perché per un lunghissimo anno tra la Sicilia orientale e quella occidentale qui valeva il racconto di Goethe nel suo Grand Tour dell’aprile del 1787 quando nel miraggio di raggiungere Palermo arrivò sul fiume Salso restando colpito «nel vedere uomini nerboruti caricarsi cavalieri». Da una sponda all’altra, un tempo si attraversava così. Più o meno la tragedia siciliana moderna da quando, il 27 maggio del 2015, proprio sull’alveo del Salso, il fiume salato, furono sequestrati per «attentato alla sicurezza dei trasporti» i piloni del viadotto Cinque archi, spezzando ancora la PalermoCatania. L’autostrada morì e l’isola fu spaccata in due e l’intera viabilità catapultata ai tempi delle trazzere borboniche, e dunque si saliva dal bivio di Tremonzelli e su per le Madonie per ventidue chilometri di tornanti primordiali e poi curve in discesa per altri ventitré per rivedere stremati il Tirreno dopo tre o quattro o cinque ore di strada. Ma si era già ripiegato su se stesso, peggio di un malriuscito soufflé, anche l’altro ponte di Scorciavacche sulla Palermo-Agrigento, appena inaugurato prima del Capodanno del 2015. L’isola in quel mare di guai stradali fece il suo bel giro del pianeta percasi mondiali di man-made-disasters, i magnifici disastri innaturali provocati da chi progetta male, realizza peggio, non collauda e non manutiene.

Le cento pagine firmate dai 4 ingegneri ispettori incaricati dal ministro Delrio di indagare sui crolli, sono atti d’accusa sulla qualità dei materiali, le mancate manutenzioni, i parametri tecnici ignorati così come la criticità geologica del terreno. Il crollo dell’Himera, per dire, poteva essere evitato. Sapevano dal 1971, rivela la relazione: «L’Anas era in possesso degli elementi atti ad avere la consapevolezza e la gravità del dissesto… aveva l’onere di intervenire». Ora, la vecchia Anas siciliana è stata rivoltata come un calzino da Gianni Vittorio Armani che per la prima volta con Delrio stanzia 3.3 miliardi di euro, il 16.5% del budget nazionale, per un piano pluriennale di manutenzione della rete stradale siciliana (1.5 miliardi) e nuove opere (1.8). Ma 5000 km di strade su 20mila, una via su 4, sono da rifare. E non solo. L’ultimo rapporto della Protezione Civile siciliana elenca la cifra impressionante di 7.178 «nodi a rischio».

Sono le intersezioni tra viabilità e corsi d’acqua. Ben 2500 sono da tenere d’occhio. Si tratta di letti di fiumare e torrenti trasformati in fondamenta di strade, case, ponti e parcheggi. Si va dal torrente Virna di Capo d’Orlando che sbocca sulla provinciale 71 in un’area intensamente abitata a Letojanni dove una strada si sovrappone alla fiumara, da Gioiosa Marea dove il torrente Calavà è un’altra originale strada-alveo a Giampilieri dove un torrente fa spazio alla strada, dal fiume Rodia di Messina che sfiora l’accesso alle abitazioni al fiume Santo Stefano che finisce in un parcheggio, dal torrente di Savoca che entra sulla strada al fiume di Pachino che ha il guado nel centro abitato. Quando piove esplodono decine di corsi d’acqua, rinchiusi in tubature ridicole che attraversano come vene il sottosuolo delle città, e i torrenti cementificati. In questo primo maggio è una bella idea del lavoro che serve per riparare pezzi di Italia.

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