Se possiamo litigare con Il Fatto è grazie agli intellettuali parigini

Parigi
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La vignetta di Vauro dice più di mille parole: lo sgomento, la tristezza, il terrore, la paura, l’impotenza

Una Tour Eiffel sfigurata dal dolore in una smorfia che ricorda l’Urlo di Munch: il Fatto non è riuscito, per l’ora tarda, a scrivere un editoriale sui massacri di Parigi, ma la vignetta di Vauro che campeggia sulla seconda edizione del quotidiano dice più di mille parole: lo sgomento, la tristezza, il terrore, la paura, l’impotenza.

Può essere banale, e persino consolatorio, constatare come le polemiche e gli scontri che attraversano quotidianamente il dibattito pubblico italiano impallidiscano e improvvisamente appaiano ridicoli al cospetto di una guerra spietata che fa irruzione nelle nostre vite, un venerdì sera, colpendo al cuore la città che più di tutte racchiude nella sua storia i valori dell’Occidente: è banale dirlo, ma è proprio così. L’Europa moderna è nata a Parigi sul finire del Settecento, e se oggi possiamo allegramente litigare sui giornali e fra i giornali è perché a Parigi, duecentocinquant’anni fa, un manipolo di intellettuali ha cominciato a scrivere e a pubblicare giornali e riviste e libri sgraditi e osteggiati dallo Stato e dalla Chiesa, rischiando e subendo l’arresto e la prigione per affermare il principio che più di tutti fonda la nostra civiltà: la libertà di pensiero, di parola, di espressione.

Cari amici del Fatto, se oggi possiamo essere fraternamente nemici è grazie ai trisavoli delle donne e degli uomini assassinati ieri notte: oggi siamo sgomenti, più soli, e più vicini.

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