Se l’ovvio è una rivoluzione

Pensieri e Parole
pensieri_e_parole

Sulle unioni civili si è detto tutto ciò che si doveva. Ma i fautori del no sono rimasti dalla stessa parte e a smuoverli non sarà l’ennesima discussione sulle solite cose. L’importante è che ci sia un governo attento alla molteplicità delle soluzioni umane. Un governo che si occupi dell’unica sostanziale differenza da combattere: quella fra chi ha diritti e chi no

Coincidenze. Quando Unita.tv mi ha proposto un articolo sulle unioni civili ero a pranzo con una coppia di amiche. Fidanzate da dieci anni – sette di convivenza – nessun figlio. Ho chiesto il loro parere sulla riforma. P. stava iniziando a dire, ma poi ha risposto al telefono. Roba di lavoro. U. doveva scappare. Ci ha salutato mentre accendeva una sigaretta e si è infilata fra i tavoli stretti, ammassati uno accanto all’altro. L’ho guardata scomparire dietro al nugolo di turisti sulla piazza. La voce di P. si confondeva in mezzo alla caciara di Campo de’ Fiori. Mentre parlava di non so cosa, ha alzato gli occhi al cielo. Io ho sorriso. Lo spazio era invaso dai banchetti, frutta e verdura, muri di vestiti che svolazzavano dietro al vento e il solito via vai. È che ognuno ha detto la sua su questa riforma, ho pensato. Le ragioni a favore non sono solo abusate, ma anche banali. Cittadini omosessuali che aspirano agli stessi diritti dei cittadini etero. No, dovevo cercare un punto di vista diverso, qualcosa di più sofisticato. La retorica sull’amore mi sembrava stucchevole. E quelle immagini arcobaleno con la scritta Love, non so proprio. Come se due persone dello stesso sesso non potessero decidere di sposarsi per convenienza, solitudine, noia, vantaggio.

Nel frattempo, P. parlava di alcune mail da inviare. In piazza, sotto i tendoni bianchi, il traffico di persone non accennava a diminuire. Sopra al tetto dei teli chiari, spuntavano i palazzi. Al centro della prospettiva, la statua di Giordano Bruno. Lo sguardo rivolto alla città vaticana, serio e pensoso, amaro. È che quando si discute di unioni civili, nessuno scampa al solito ritornello. Natura/contro natura. Due categorie che farebbero impallidire il più arguto degli intellettuali, a cui ci si aggrappa con l’ingenuità di un bambino. Sposare una persona dello stesso sesso è contro natura. Non riesco a contarle le volte che ho cambiato canale davanti a un ragionamento del genere. Da una parte, quindi, l’assoluto. Un modello universale da postulare e da seguire. Dall’altra il relativo, ciò che rinnega il dogma, insegue la pluralità e riconosce le differenze. Mi sono detta: al contrario della religione, la politica si fonda sul bisogno di interpretare il vivere degli uomini in società e sull’ambizione di rispettarlo. E ho concluso: il centro del dibattito è tutto qui. Si stava facendo strada, con un’insistenza strana, l’idea di richiamare la redazione per per dire che avrei scritto di altro.

P. continuava a parlare, una riunione da spostare alle sedici, e gli occhi dritti di Giordano Bruno erano lì ad ammonire i passanti. Della sua storia ricordavo i tratti principali. Condannato per eresia, incarcerato dall’Inquisizione della Chiesa cattolica, arso vivo nella piazza dove ora campeggia la sua figura in bronzo. Mi sono detta: per secoli le gerarchie ecclesiastiche si sono scagliate contro lo studio della natura e per secoli la teologia è stata invocata per smentire la scienza. Oggi si compie una strana inversione di rotta, ma l’errore è identico. Definire l’unione civile di persone dello stesso sesso contro natura significa ripercorrere il dorso della storia. Confondere, ancora una volta, i principi morali con i principi naturali. Ed ecco che in testa avevo le solite domande. Chi decide ciò che è naturale? E da quando la natura è sinonimo di rettitudine? Inizieremo a prescrivere batteri al posto degli antibiotici in quanto microrganismi naturali? È stato a quel punto che ho capito, con buona pace della mia vanità.

Non si può esprimere un’opinione sulle unioni civili senza navigare l’ovvio. In fondo, si è detto tutto ciò che si doveva. Ma i fautori del no sono rimasti dalla stessa parte e avranno cura della loro diffidenza. A smuoverli non sarà l’ennesima discussione sulle solite cose. L’importante è che ci sia un governo attento alla molteplicità delle soluzioni umane. Un governo che si occupi dell’unica sostanziale differenza da combattere e livellare: quella fra chi ha diritti e chi no.

P. ha messo giù e ha ordinato i caffè. Abbiamo parlato di diritto all’assistenza morale e materiale, comunione dei beni – ci siamo dette che bisogna continuare a fare pressioni per la stepchild adoption – alimenti, reversibilità della pensione, eredità. Mentre la ascoltavo, non so perché, ma ho smesso di considerare le mie ragioni semplici e banali. All’improvviso, mi sono resa conto che ciò che considero normale inizierà a esserlo solo da questa settimana in poi. E ho capito una cosa importante. L’affermazione dell’ovvio a volte non è che un atto di rivoluzione. Ci siamo arrivati finalmente!, ho detto a P. con un nuovo entusiasmo. Il suo sguardo era fiero, e il mio pure.

Vedi anche

Altri articoli