Se l’informazione è troppo fragile

Connessioni
Un frame tratto da Sky Tg 24 del malore di Hillary Clinton mentre abbandona prima del previsto la cerimonia per le vittime dell'11 settembre, perché colta da un lieve malore, poi attribuito al caldo. La candidata democratica alla Casa Bianca si trova sul marciapiede, in attesa dell'auto che dovrà portarla via. E' in piedi, ma sorretta da un membro del suo staff. Appena arriva il veicolo, viene portata lentamente verso l'interno, ma è barcollante, tanto da venir sorretta da due agenti della sicurezza. New York, 11 settembre 2016. ANSA/ SKY TG 24 +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING; NO TV +++

Un sistema dei media corretto fornisce gli strumenti per giudicare

La necessità di adattarsi al cambiamento non è solo una citazione di darwiniana memoria ma una condizione imprescindibile che riguarda anche il mondo dell’informazione, sempre più vulnerabile rispetto a fonti inattendibili o notizie false e frammentate. Mark Zuckerberg ne è ben consapevole, in un post del 6 settembre ha chiesto il parere degli utenti su come poter migliorare gli aggiornamenti, allo scopo di favorire una maggiore pluralità di opinioni sulla sua piattaforma, filtrando le informazioni false e arginando il fenomeno del clickbait.

Zuckerberg riporta due studi condotti dal Pew Reaseach Centre. In base al primo risulta che il 72% degli americani adulti preferisce informarsi usando i propri dispositivi mobili, rispetto al 54% del 2013; il secondo invece evidenzia il ruolo crescente che amici e parenti rivestono nel fornire informazioni agli utenti. Zuckerberg sostiene giustamente che l’uomo è portato per sua stessa natura ad orientarsi verso chi ha opinioni simili alle proprie ed è inoltre facile preda dei pregiudizi, tuttavia nel coinvolgere il pubblico sul tema ammette implicitamente il ruolo giocato dagli algoritmi. Mentre si sta cercando di correre ai ripari, tuttavia le bugie, le polemiche e le speculazioni in rete continuano a viaggiare veloci, aggrappandosi a ogni vicenda in grado di fornire spunti. Una delle ultime in ordine di tempo ha riguardato la salute di Hillary Clinton.

I fatti dicono che la candidata democratica ha avuto un malore durante la cerimonia commemorativa delle vittime dell’11 settembre a Ground Zero tanto da dover andare via prima. Lo staff ha chiamato in causa il caldo e la stessa Clinton si è fatta riprendere più tardi fuori dalla casa della figlia, sostenendo di sentirsi meglio. Abbiamo poi saputo che pochi giorni prima le era stata diagnosticata una polmonite, di cui non aveva dato notizia non ritenendola una questione rilevante, come ammesso dalla stessa Clinton durante un’intervista ad Anderson Cooper della Cnn, in cui ha fornito rassicurazioni sul suo stato. È bastato? Domanda retorica, già nei minuti immediatamente successivi alla diffusione delle foto del malore, la rete aveva rimesso in moto i suoi perfidi ingranaggi alimentati da un mix di condivisioni compulsive e cronica inattendibilità delle fonti.

Poco dopo il video della Clinton all’uscita dell’appartamento della figlia Chelsea, su twitter circolava l’hashtag #HillaryBodyDouble per etichettare tweet contenenti improbabili prove a sostegno dell’ipotesi che quella donna apparsa sorridente fosse addirittura una sosia. C’è stato chi avrebbe notato un naso diverso, chi la corporatura differente, chi si è focalizzato sulla lunghezza delle dita della mano protesa a salutare. Qualcuno ha persino fornito il nome di un’attrice relativamente nota, somigliante e dunque credibile in quel ruolo.

Per fortuna, altri utenti hanno preso le distanze dall’ennesima speculazione, deridendo quanti vi stessero realmente credendo. Peccato che a questa ne siano seguite altre, come quelle alimentate dall’ipotesi di un avvelenamento, avanzata dal medico di origini nigeriane Bennet Omalu. Immaginate quanti utenti, vedendo congetture del genere condivise da contatti amici, vi abbiano creduto divulgandole a loro volta e pensate che ruolo anche stavolta abbiano avuto gli algoritmi nel suggerire contenuti analoghi. Tuttavia, nella vicenda relativa alla salute del sessantasettesimo Segretario di Stato Usa, a questa anomalia informativa, ne è seguita un’altra, ovvero quella che vede gli stessi media proporre notizie con toni volti a suscitare scalpore per incrementarne il numero di visualizzazioni.

A tessere la trama delle speculazioni hanno contribuito anche alcune testate tradizionali, tanto che un commentatore dell’Huffington Post ha titolato “La polmonite di Hillary: il momento più basso dei media”. Un corretto sistema dell’informazione, inutile ricordarlo, informa l’opinione pubblica fornendo una condizione propedeutica al confronto democratico ma andando avanti di questo passo, le ipotesi rischiano di soppiantare i fatti, mascherando resistenti pregiudizi da superficiali opinioni.

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