Se l’Europa fa l’Europa

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L’Europa riconosce all’Italia quella flessibilità richiesta per i conti pubblici del 2016 e, ancora più importante, per il prossimo anno

Finalmente dopo molti mesi di trattative, forse troppi, l’Europa riconosce all’Italia quella flessibilità richiesta per i conti pubblici del 2016 e, ancora più importante, per il prossimo anno. Nel 2016 potremo contare su circa 14 miliardi di minore austerità, mentre per il 2017 ci sarà consentito di fissare il deficit all’1,8% invece dell’1 ,1% previsto dal patto di stabilità. In pratica questo ci consentirà per quest’anno di procedere sulla strada intrapresa senza problemi di correzioni in corso d’anno, e per il prossimo di fare piccoli aggiustamenti dell’ordine di 1,5 miliardi rispetto a quanto già previsto dal Governo nel Def, a meno che non si vogliano fare ulteriori provvedimenti di riduzione delle tasse o di aumento del welfare ad esempio per le famiglie con figli.

Ma al di là delle complesse procedure tecniche che lo stesso presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha definito poco comprensibili, il significato di fondo delle decisioni di Bruxelles si può riassumere così: l’Italia va aiutata perché sta facendo delle riforme importanti, tra le quali viene sempre più spesso citata dagli osservatori internazionali, quella relativa al cambiamento della Costituzione volta a dare più stabilità ai governi, ma questo non vuol dire che il percorso riformatore sia completato, e che quindi si può tranquillamente tornare alle vecchie e cattive abitudini di fare sempre nuovi debiti caricandoli sulle spalle delle generazioni future. Ci viene insomma concesso un tempo più lungo per operare l’aggiustamento dei conti pubblici e soprattutto per raggiungere una sostanziale riduzione del debito, ma il segno della finanza pubblica viene comunque mantenuto in direzione restrittiva. Di conseguenza, le risorse per la crescita dovranno derivare da un lato dalla ricomposizione della spesa pubblica (cioè dai tagli degli sprechi e da un aumento degli investimenti), e dall’altro dall’accresciuta fiducia dei privati anche esteri, che vedendo i miglioramenti della competitività italiana legati alle riforme, dovrebbero decidere di tornare ad investire nel nostro paese. Del resto, molti segnali indicano che l’economia del nostro paese si sta muovendo verso una buona ripresa. La disoccupazione cala, anche quella giovanile, e il numero degli occupati è aumentato di quasi 400mila unità negli ultimi 24 mesi.

La domanda interna cresce dell’1 ,3% dopo anni di stagnazione anche per effetto degli 80 euro e degli altri sgravi fiscali, tra cui l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Gli investimenti salgono del 2,5%, mentre purtroppo l’export risente della crisi di molti mercati internazionali.

Un elemento di debolezza rimane ancora il settore del credito a causa dei ritardi con cui sono stati affrontati i nodi del sistema bancario, ritardi dovuti in larga parte alla cecità di quelle forze politiche (5 Stelle e leghisti ) che ancora vanno cianciando di aiuti ai banchieri e di Governo succube delle b a n c h e. Ma il nostro ritmo di crescita è ancora inferiore a quello medio europeo a causa soprattutto delle inefficienze del nostro sistema che ancora non sono state rimosse, a cominciare dal funzionamento della Pubblica Amministrazione e della lentezza della Giustizia. Nel primo caso i decreti attuativi della Riforma Madia dovrebbero essere approvati entro l’estate, dando l’avvio, se non verranno snaturati strada facendo, ma anzi rafforzati in certi punti tra i quali primeggia quello dei servizi pubblici locali, a un importante processo di snellimento e semplificazione che molto dovrebbe giovare ai cittadini e alle imprese.

Rimane poi da completare il jobs act, con una riforma della contrattazione che sposti l’enfasi sui contratti aziendali a scapito di quelli nazionali. Su quest’ultimo punto il Governo ha giustamente deciso di attendere le mosse del nuovo presidente di Confindustria che si insedierà a giorni, per intervenire solo in caso di insuccesso della trattativa tra le parti sociali o eventualmente per dare forza di legge agli accordi raggiunti.

Chiarito quindi che non è la gabbia dell’Euro o del fiscal compact che impedisce all’Italia di camminare con una velocità paragonabile a quella degli altri paesi europei (e magari superiore), bisogna anche dire che in Europa permangono contrasti dottrinari e divergenze politiche che impediscono l’attuazione di una politica comune volta a stimolare la crescita in tutto il continente. Se da un lato si può essere d’accordo con Weidmann, secondo il quale non è il debito pubblico che fa più crescita, dall’altro non si può non dissentire dalla sua ricetta che prevede la costituzione di una nuova “commissione” europea per controllare severamente i bilanci dei singoli stati e sanzionare senza tentennamenti quelli che deviano dalle regole. Il capo della Bundesbank trascura, infatti, che un nuovo Ministero del Tesoro Europeo dovrebbe avere accanto alle forbici per i tagli ai bilanci, anche la cassa da cui attingere per fare politiche di spesa là dove servono sia per finanziare la disoccupazione sia per fare nuovi investimenti. E, soprattutto, dovrebbe poter imporre ai paesi con un surplus eccessivo dei conti con l’estero, come la Germania, di fare politiche capaci di riassorbire quegli avanzi tramite una più rapida espansione della domanda interna.

In definitiva, non si può negare che negli ultimi due anni sono stati fatti notevoli passi in avanti sia nel risanamento dell’economia italiana sia nel modificare gli indirizzi della politica di Bruxelles. Ma il percorso non è certo terminato, anche se Draghi ha offerto con la Bce una preziosa sponda per dare il tempo di affermarsi al cambiamento delle politiche economiche continentali. L’Europa dovrà rafforzare le ragioni dello stare insieme superando gli egoismi nazionali in nome di un convincente progetto comune che soddisfi le aspettative dei cittadini, mentre l’Italia, dal canto suo, non dovrà deludere le attese dei nostri partner rallentando il processo di riforme e di cambiamento. In questo senso, il responso degli italiani al referendum sulla riforma costituzionale di ottobre sarà decisivo: l’affermazione del NO manderebbe a tutto il resto del mondo il messaggio che l’Italia è refrattaria al cambiamento e che preferisce isolarsi dal resto del mondo, cullandosi nell’illusione di poter continuare a vivere sui debiti, cioè alle spalle delle generazioni future. Che ora però si rifiutano perfino di nascere!

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