Se l’antimafia usa lo stesso volto della mafia

Giustizia
Pino Maniaci, il direttore di TeleJato la tv siciliana antimafia il  25 Giugno 2012, a Radio Siani, la radio di Ercolano che trasmette in un appartamento confiscato alla camorra, nell ambito del festival dell' impegno civile. ANSA/CESARE ABBATE/

Dossier, ricatti, raccomandazioni: quando i simboli della lotta alla criminalità usano gli stessi metodi delle cosche, diventa più difficile scegliere da che parte stare

C’è un messaggio terribile collegato alla notizia dell’indagine a carico di Pino Maniaci, giornalista direttore di Telejato e simbolo della lotta alla mafia in una delle zone più ‘calde’ della Sicilia. Al di là dei possibili sviluppi dell’inchiesta, infatti, le intercettazioni pubblicate oggi fanno emergere con chiarezza come l’antimafia sia usata da Maniaci da una parte come uno scudo per difendersi nelle sue questioni personali, dall’altra come una clava per colpire politici e imprenditori e per ottenere (o provare a farlo) favori per sé e per i suoi congiunti.

I metodi, inutile girarci attorno, non sono troppo lontani da quelli utilizzati dai mafiosi che Maniaci attaccava nei suoi tg. “Tu non hai capito la potenza di Pino Maniaci” è una frase che avrebbe potuto pronunciare un piccolo boss di provincia. Così come vantare contatti importanti, ostentare una presunta “intoccabilità” legata al proprio status, manifestare quello che il procuratore capo Lo Voi ha definito “disprezzo verso le forze dell’ordine e le istituzioni”.

Il punto è proprio questo. Se l’antimafia si presenta con lo stesso volto della mafia, come diventa possibile distinguerle? Anche ammesso che non si riscontri nessun comportamento illecito in tutto ciò, per rispetto del principio del garantismo, è evidente che casi come questo rappresentano un fardello enorme per chi è impegnato quotidianamente sul campo nella lotta alla criminalità organizzata. E creano disorientamento in quelle persone chiamate quotidianamente a scegliere tra il bene e il male, tra la protezione criminale dei mafiosi e quella (spesso più rischiosa) della giustizia, dello Stato.

Lo stesso discorso vale per quegli imprenditori che hanno visto in Antonello Montante e Ivan Lo Bello degli esempi da imitare nella ribellione al racket del pizzo, nel respingere l’abbraccio mortale delle cosche, e oggi se li ritrovano entrambi indagati, il primo addirittura per concorso in associazione mafiosa e il secondo per associazione a delinquere. Sarà la magistratura a stabilire le responsabilità personali, ma per ricostruire l’immagine di una Confindustria ‘militante’ nella lotta alla mafia in Sicilia servirà molto di più di un’eventuale archiviazione o un’assoluzione.

Senza scomodare Leonardo Sciascia, vedere i professionisti dell’antimafia emergere come professionisti del dossieraggio, del ricatto, della raccomandazione, o utilizzare strumentalmente la loro fama per scopi personali (anche politici, su tutti il caso di Antonio Ingroia) non fa altro che insinuare nella gente per bene il dubbio che alla fine mafia e antimafia si somiglino a tal punto che non c’è differenza nello scegliere un campo o quell’altro. E per l’antimafia, quella che in silenzio ogni giorno lavora per smantellare gli intrecci criminosi, questo rende tutto più difficile.

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