Se la recessione non finisce

Economia
epa05088027 The Australian Stock Exchange (ASX) market indicator boards show the opening drop, Sydney, Australia, 05 January 2016. The Australian stock market opened sharply down following Wall Streets worst new year opening in more than a decade.  EPA/DEAN LEWINS AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT

In momenti come questo la politica deve tornare ad avere un ruolo centrale e di equilibrio

Non c’è cosa più terribile delle ricadute. Pensavamo che il peggio della recessione fosse dietro le nostre spalle. D’altra parte è passato un tempo infinito da quando è iniziata. Ricordo quei giorni, quando l’andamento di Wall Street, come nei racconti della letteratura della grande depressione, veniva seguito con la consapevolezza che quella freccetta rossa rivolta in basso, che segnalava il crollo del giorno, sarebbe entrata nelle nostre case e avrebbe trafitto la vita di tante persone, in tutto il mondo. Capimmo che era una valanga e non una slavina ma non potevamo immaginare che sarebbe durata tanto e che sarebbe stata così invasiva. Quasi dieci anni, un’eternità.

La crisi del 1929 durò molto meno di quella che stiamo vivendo e già nel 1933 il Presidente Roosevelt approvò, a banche chiuse per paura del collasso, una serie di provvedimenti che consentirono la graduale ripresa. Tra il 1932 e il 1937 il numero dei disoccupati quasi si dimezzò. In questi mesi è sembrato che qualcosa mutasse, che la fiducia di imprese e cittadini riprendesse slancio. I dati dell’economia italiana, anche per effetto di norme come il jobs act, incoraggiavano questa valutazione. Ma ora il rischio di una ricaduta sembra di nuovo paralizzare le principali economie mondiali, con effetti su tutto il sistema. Pesa la grave situazione della Cina, chiamata a far convivere un regime politico soi disant comunista con un sistema economico di tipo più tradizionale, per di più ora costretto ad una riconversione strutturale sui consumi e i servizi piuttosto che sull’industria pesante. Pesano le inedite difficoltà di paesi come la Russia e il Brasile e in parte di India e Sud Africa, sulle quali agisce il crollo del prezzo del petrolio, precipitato sotto i trenta dollari a barile, una riduzione di un terzo in meno di due anni. Il premier russo Medvedev ha detto “Prepararsi al peggio se con il petrolio va avanti così”.

Negli Usa si affaccia lo spettro di una crescita inferiore al due per cento. Le borse si sono fatte nervose e, nelle settimane del 2016, Wall Street ha perduto più dell’otto per cento. La borsa cinese più del diciotto. E l’Europa? Le nostre economie fanno fatica . Si attende per Febbraio la nuova previsione comunitaria ma nell’ultima si immaginava una ulteriore riduzione delle prospettive di crescita del Pil tra 2016 e 2017 per Italia, Spagna, Gran Bretagna. E una stabilità, sotto il due per cento, per la Germania. Per la disoccupazione la previsione è di una riduzione in Italia, Francia e Spagna e di un aumento in Germania e Regno Unito. L’inflazione resta al di sotto delle previsioni e, soprattutto, del grande sforzo compiuto in questi mesi dalla Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi che è stato il grande regista della strategia di intervento finanziario che ha fatto comunque mutare dal negativo al positivo il segno dei dati di crescita delle economie nazionali.

Si aggiunga a questo quadro obiettivamente fosco il quotidiano stillicidio di attacchi terroristici che colpiscono – solo in questa settimana Turchia e Indonesia e Burkina Faso- il mondo globalizzato nella sua vita quotidiana e che rischiano di pesare gravemente su una moderna industria come quella del turismo.

Continuo a pensare che, almeno per questa parte del mondo, la giusta reazione sia un ulteriore impulso si processi di autentica e radicale unità europea. E che molto del futuro , anche della pace nel mondo, sia affidato alla capacità americana di reazione razionale e di nuova visione strategica. È come se, dalla fine del mondo separato in blocchi, non si fosse stati capaci di elaborare una nuova visione degli equilibri politici, economici, religiosi del globo e ci si fosse affidati a reazioni non guidate da un disegno generale, come nella gestione del dopo undici settembre e in quella delle “primavere arabe”. Potrà assicurare tutto questo Donald Trump con i suoi folli proclami? La valigetta nucleare in quelle mani sarebbe un fattore di stabilità per il mondo? Ma lo sarebbero anche le ricette della destra estrema repubblicana sostenute da Ted Cruz, il suo principale avversario? I sondaggi delle primarie repubblicane spaventano per quello che rivelano di questa stagione del pensiero collettivo, di questo tempo di rabbia e disamore, di irrazionalità e di confuso bisogno di iconoclastia. Torna il ruolo precipuo della politica , affidare l’equilibrio del mondo alla demagogia della nuova e furba politica o alla pura dimensione finanziaria sarebbe scegliere una autostrada verso il caos. Papa Francesco ha parlato della terza guerra mondiale come di un pericolo reale. Credo abbia ragione. Quando confluiscono recessione economica, crisi delle democrazie e di autorità delle istituzioni, conflitti religiosi, diffondersi della irrazionalità e della paura nell’opinione pubblica la situazione si fa pericoolosa. La storia, solo a ricordarla, ce lo ha insegnato.

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