Se la Cina diventa un’occasione

Dal giornale
L'economista del PD Filippo Taddei, durante i lavori sulla questione delle pensioni e legge Fornero organizzata dalla UIL 3 giugno 2015 a Roma
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La crisi che potrebbe diventare una occasione per il nostro paese e l’Europa

Appena usciti dalla crisi Greca, la nostra economia sembra minacciata da una nuova fase di instabilità globale proveniente dalla Cina. Ogni fattore di instabilità è un problema da non sottovalutare. Ci sono però alcune ragioni per considerare benevolmente le conseguenze per l’economia italiana. Questa crisi potrebbe persino diventare una occasione per il nostro paese e l’Europa. La ragione centrale di questo ottimismo sta nella natura della crisi cinese. Si pronuncia crollo azionario ma si dovrebbe leggere crisi del credito o, meglio, bolla da credito. Stiamo assistendo ad uno delle più tipiche evoluzioni della storia finanziaria: un’economia comincia a crescere con forza e, quando la crescita si fa sostenuta, si sviluppano i mercati finanziari. Inizialmente, essi permettono una migliore intermediazione del risparmio e lo fanno affluire a imprese e investimenti che prima ne erano esclusi. E’ l’era entusiasta del capitalismo di frontiera. L’economia allora cresce ancora e la crescita prolungata comincia a generare una sua retorica.

È la retorica della ricchezza, la ricchezza che viene prodotta e comincia a distribuirsi come prima appariva impensabile. Questa retorica – come tutte – ha il difetto di distogliere l’attenzione e di ridurre la lucidità. Si sviluppano i miti della crescita perpetua, degli inevitabili passaggi di consegne del potere globale. La Cina, per nulla diversa dalle economie che l’hanno preceduta, è rimasta vittima di questa retorica della crescita sviluppando il mito della crescita permanente. Nel 2014, dopo più di un decennio di crescita portentosa, quando l’economia cinese ha cominciato a rallentare anche perché si era avvicinata enormemente alla frontiera della tecnologia mondiale, le autorità cinesi, vittime del mito della crescita perpetua, hanno risposto espandendo il credito come mai prima. L’effetto è stato un ulteriore ampliamento degli investimenti con espansione della capacità produttiva e, infine, una esplosione dei valori nel mercato azionario cinese. Gli aneddoti sugli impiegati pechinesi che si indebitano in banca per investire in azioni si sprecano, ma le statistiche sono molto più implacabili. Le autorità cinesi non hanno avuto il coraggio di cambiare: in una economia che investe più del 40% del proprio prodotto interno lordo, la scelta di puntare ancora di più su una espansione della capacità produttiva non era infatti molto oculata.

La Cina sta scoprendo con questa crisi la cosa più difficile per chi fa politica: dire la verità e uscire dai miti. La Cina non è diversa dalle altre economie e deve cambiare profondamente il proprio modello per continuare a svilupparsi, puntando su redistribuzione del reddito e sviluppo del mercato interno. È la strada percorsa dalle economie che sono passate da emergenti a sviluppate prima di lei. Questa transizione è possibile solo grazie all’instabilità cinese che oggi ci preoccupa. Gli effetti di questa instabilità per noi sono straordinariamente interessanti. Nel breve, gli investitori internazionali riscoprono le virtù del debito pubblico europeo come rifugio per i propri risparmi, rifugio particolarmente sicuro grazie alla politica della BCE; oggi, nel mezzo della crisi cinese, il debito pubblico decennale italiano paga un tasso di interesse inferiore di giugno. In prospettiva, la transizione dell’economia cinese di cui forse oggi stiamo vedendo l’inizio, porterà allo sviluppo del mercato interno cinese. Questo sarà per l’economia Europea, e Italiana in particolare, una straordinaria opportunità di crescita. Se davvero questa crisi fosse l’inizio di questa nuova fase?

 

(Nella foto Filippo Taddei ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Vedi anche

Altri articoli