Se il Pd ricomincia da 6

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Un documento dei vertici sul rinnovamento andrebbe fatto girare: è un test per misurare le nostre chance

Ho sostenuto che nelle fila del Partito Democratico esiste una leva di giovani e assai meno giovani che crede ed è pronta a lavorare per dar vita a quell’associazione moderna di sinistra che serve al paese, a un partito che progetti sul campo una vita più giusta assieme ai cittadini attivi e che nel farlo selezioni sul campo classe dirigente capace e «con il cuore al posto giusto». Per farcela, bisogna rimettere al centro i valori, ma assieme ci vuole un’organizzazione robusta, adatta ai tempi.

Con altri abbiamo chiamato questa organizzazione un «partito palestra» e l’abbiamo sperimentata in giro per il paese con esiti incoraggianti (cfr. luoghideali.it). Ma ci è stato detto: «Non bastano 20- 30 rondini – tanti sono gli esperimenti fatti – per far primavera».

Il grosso della base «è iscritta per nostalgia, o per ricerca di potere o, al meglio, perché nel PD ha trovato una casa per la propria ‘cittadinanza attiva di territorio’, ma oltre non intende andare. E comunque, ormai, è trascinata in una logica correntizia che non ha vie di uscita. Non è dal PD che si può partire. Lasciate perdere».

Mentre continuo a non vedere da dove altro diavolo si possa ripartire, questa obiezione, pur non provata, non è facile da respingere. Bene, ora esiste un modo per scoprire chi ha ragione. La possibilità di un vero e proprio test è offerta dal Documento firmato dai vertici del partito (vice-segretario Lorenzo Guerini e presidente Matteo Orfini) su «come rinnovare il PD» di fronte al modo radicalmente diverso con cui «i cittadini oggi guardano e partecipano alla politica», di fronte «all’arcip elago delle militanze».

È un documento su cui circoli e gruppi dirigenti territoriali sono stati chiamati a esprimersi, per contribuire alle proposte operative da portare alle decisioni dell’Assemblea nazionale. Seppure in modo timido e tardo, il Documento mette sul tavolo 6 propose che, se adottate, finanziate e politicamente sostenute, potrebbe spingere il PD nella giusta direzione. Il fatto che l’intero gruppo dirigente, di maggioranza o di opposizione, autori inclusi, in questi giorni non abbia fatto pubblicamente parola del Documento, non è incoraggiante.

Ma paradossalmente questo silenzio aiuta il test. Infatti, se un numero cospicuo di circoli, diciamo 500, dovesse davvero muoversi tempestivamente, appoggiando con forza l’attuazione delle 6 proposte, sarebbe davvero il segno forte dei «membri dell’Associazione PD», non equivocabile come la manovra di questo o quel pezzo del gruppo dirigente. Cosa vuol dire per i circoli «muoversi»? «Appoggiare l’attuazione delle 6 proposte»? Vuol dire fare ciò che il Documento stesso propone, né più né meno: discuterlo, e quindi aderire o qualificare le «proposte aperte» che si condividono.

E farlo subito, entro il 4 dicembre, prima che altre considerazioni prevalgano, qualunque sia l’esito referendario. Ovviamente, affinché il processo deliberativo dal basso sia efficace, l’e sito della discussione di ogni circolo dovrà essere documentata e verificabile, ossia contenuta in una breve mozione formalmente approvata e pubblicamente inviata al centro del PD.

È inoltre necessario che un numero sufficientemente elevato di queste mozioni – abbiamo detto 500, per fare un numero – faccia riferimento allo stesso gruppo di proposte e con un linguaggio simile: solo così, pur nella diversità dei luoghi e delle sensibilità, come nel PD si usa dire, sarà chiara la convergenza su alcuni cambiamenti. Questo è il senso di estrarre dal Documento 6 proposte: possono diventare il punto di convergenza capace di rendere efficace un processo dal basso. Alcuni circoli potrebbero approvarne solo 5; altri potrebbero arrivare a 7 o 8. Ma se quelle 6 ricorressero in maniera diffusa il segnale della “consultazione”sarebbe netto.

Ecco allora che ogni mozione potrebbe più o meno funzionare così. Potrebbe raccogliere in un brevissimo preambolo le motivazioni del cambiamento che appaiano più convincenti fra quelle proposte nelle pagine iniziali del Documento stesso. Potrebbe quindi sottolineare l’assoluta urgenza delle innovazioni, di fronte ai rischi gravi di frammentazione e distacco che pervadono il partito. E potrebbe osservare che esse riguardano sia lo Statuto (in parte significativa ma limitata), sia e soprattutto la sua attuazione: ossia l’assegnazione alle innovazioni di adeguate risorse finanziarie e umane, assieme a una forte legittimazione politica da parte del vertice del partito, a cominciare dal suo Segretario. Potrebbe infine enunciare le 6 proposte, raccogliendo e qualificando i suggerimenti del Documento. Ad esempio nel modo che segue (fra virgolette le citazioni dal Documento stesso):

1. Un partito che progetta, circolo per circolo, con un forte presidio nazionale. Un grande impegno nazionale è necessario affinché i circoli divengano una «palestra di formazione politica per creare nuova classe dirigente» e per «sperimentare nuove forme organizzative che interagiscano con l’arcipelago delle militanze» (anche per evitare che siano invece «utilizzati come via per promuovere il proprio interesse particolare anche a discapito di quello generale»). A tale scopo nei circoli si dovrà «promuovere e sostenere progettualità … rivolte a raggiungere obiettivi chiari, misurabili e rilevanti per la qualità di vita dei cittadini»e promuovere«filiere di progettazione che coinvolgano gli elettori appartenenti all’Albo e tutti i cittadini interessati» per dare «un contributo concreto all’azione di governo del territorio … e mettere alla prova nuove leve dentro il partito». Questa missione dovrà essere affidata a una figura dedicata nella Segreteria nazionale, dotata di risorse finanziarie adeguate a mettere a disposizione dei circoli, nel loro impegno progettuale, un forte supporto nazionale in termini di professionalità, competenze tecniche e sponda politica.

2. Adattare i confini di responsabilità dei circoli ai contesti territoriali. «La scelta dei confini di responsabilità di un circolo» non deve essere rigida – vincolata dall’obbligo statutario attuale di costituire un Circolo ogni 50mila abitanti -ma deve dipendere dalle caratteristiche del territorio. Questo ridisegno della mappatura dei circoli deve avvenire, in collaborazione fra organismi territoriali e Segreteria nazionale in coerenza con la promozione di un partito progettuale, e sulla base di un’analisi delle caratteristiche socio-economiche dei territori.

3. In ogni territorio, un’agenda politica condivisa che preceda le primarie. Al fine di raccogliere la domanda e le proposte della cittadinanza attiva che guarda al Pd e di evitare derive personalistiche, ogni primaria per la selezione dei candidati alla guida di Comuni e Regioni dovrà essere preceduta da una «elaborazione e condivisione da parte dei candidati stessi di un’agenda essenziale di riferimento», frutto di un confronto acceso, informato, aperto e ragionevole fra iscritti, arcipelago delle militanze e appartenenti all’Albo degli elettori.

4. Albo degli elettori certificato. L’Albo degli elettori, per essere utilizzabile non solo al momento del voto ma come trasparente strumento di mobilitazione della cittadinanza che esprime aspettative nei confronti del PD, deve essere «completato, certificato e aggiornato, garantendo ovviamente la riservatezza dei dati sensibili e il diritto ad essere cancellati in qualsiasi momento, oltre alla facoltà riservata al partito di escludere dall’Albo persone che dovessero trovarsi nelle condizioni di incompatibilità fissate dallo statuto e dal codice etico», dando così vera attuazione alle norme statutarie.

5. Una Direzione del PD ristretta dove maturi giorno per giorno un “indirizzo” frutto di confronto di merito. Ai sensi dello Statuto, la Direzione nazionale è «l’organo di indirizzo politico», nell’ambito della «piattaforma approvata al momento dell’elezione» del Segretario nazionale (che la «esprime») e sulla base degli indirizzi generali espressi dall’Assemblea nazionale. Noi – sono i membri del circolo che parlano, raccogliendo qui e rilanciando un punto sollevato nel Documento come «riflessione necessaria» –riteniamo che, come il Documento suggerisce, il numero dei membri, oggi superiore a 120, non consenta a questo organo di svolgere il ruolo assegnatogli. Affinché si realizzi quel confronto acceso fra posizioni che cercano il convincimento reciproco, la verifica, la possibile trasformazione delle posizioni in nuove soluzioni–come negli organi di indirizzo di ogni organizzazione efficace –e per evitare che la Direzione sia relegata a luogo di declamazione di posizioni irrevocabili, è necessario che lo Statuto sia tempestivamente modificato riducendo attorno a 15-20 i membri della Direzione nazionale. Forte ridimensionamento è anche necessario prevedere per l’Assemblea nazionale.

6. Elezione dei Segretari regionali e relativi Organi dirigenti. Dal momento che i Segretari regionali e i relativi Organi dirigenti svolgono un ruolo esclusivo di direzione del partito, un requisito essenziale per ogni organizzazione, è ragionevole che la loro elezione sia limitata ai soggetti che al partito sono iscritti. Questa è solo una traccia. Che indica un’ipotesi di “convergenza”. E che mostra quanto semplice e operativo sia l’esercizio. Il test che il Documento inviato dal Nazareno ci consente di fare è dunque un classico “vinci-vinci”. Se almeno 500 mozioni del genere saranno approvate e inviate durante Novembre, la volontà di rinnovamento del PD lungo la strada che ne aveva visto la nascita sarà evidente e potrà pesare, offrendo un chiodo robusto da cui ripartire, comunque vada, dopo il 4 dicembre. Se ciò non avverrà, se a muoversi saranno in pochi, se ci si nasconderà dietro la mobilitazione referendaria per prendere tempo – come se le due cose non fossero compatibili, anzi …- la tesi di uno scarso consenso attorno all’ipotesi di un rilancio organizzativo del PD avrà avuto una dimostrazione inequivocabile. In molti dovremo prenderne atto, con amarezza.

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