Se anche a sinistra i pre-giudizi prevalgono sui fatti

Economia
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La scommessa del governo sull’aumento del Pil, fatta con la legge di stabilità, andrebbe forse sostenuta piuttosto che contestata e criticata facendo prevalere i pregiudizi sui giudizi

Leggendo alcune reazioni alla proposta di legge di stabilità varata dal governo (che attende quindi ancora il voto del Parlamento per diventare legge) sono nettamente prevalenti i pregiudizi sui giudizi. Soprattutto fra alcuni attori del palcoscenico politico e sindacale che sembrano più desiderosi di recitare un copione già precedentemente scritto che non di analizzare contenuti e significato.

Il pre-giudizio più profondo e radicato, e quindi più difficile da contrastare perché appartenente più alla categoria della psicologia che della politica, si ritrova sia a sinistra che a destra. Non per rinverdire la teoria dei cosiddetti oppostiestremismi (che in Italia costarono sangue e distruzioni) che a forza di spostarsi verso le ali estreme finivano per coincidere (Nietzsche e Marx che si davano la mano, Antonello Venditti, “Compagno di scuola” 1975), ma a volte si ha netta l’impressione che le analisi siano così preconcette da potersi perfettamente sovrapporre.

L’assunto ovviamente è che Renzi non sia altro che un Berlusconi 2.0, un politico di centro (-destra) che ha momentaneamente (con un mezzo golpe pur condito da primarie tuttavia plebiscitarie e quindi peroniste) preso il controllo della sinistra e che quindi stia snaturando il dna del Pd (la mutazione genetica) spostandolo sempre più verso la parte mediana dello schieramento politico. Tanto che oramai nel suo tragitto ha superato la mezzadria finendo (almeno con un piede) nell’altro campo. Anzi col tutto il corpo intero dato che c’è chi nel Pd considera la mutazione genetica oramai completata proprio grazie alla manovra finanziaria. Una lettura fuorviante e autolesionista su cui già Alfredo Reichlin su queste pagine ha invitato a una riflessione un po’ più seria. Tuttavia simili considerazioni si ripetono in vari esponenti del mondo democratico e di quello sindacale che certificano come «di destra» le misure proposte da Renzi e Padoan (noto liberista accecato).

E in questa lettura sono sostenuti dall’ineffabile certificazione del proprietario del copyright della destra italiana: Silvio Berlusconi. È vero che c’è stato un Pd che con il Cavaliere (e Brunetta e Verdini) ha condiviso esperienze di governo, ma è anche vero che basterebbe ri-usare le parole del Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano e avvertire quindi che la politica in questo caso ha oramai lasciato il campo alla patologia, per chiudere la questione. Ma facciamo finta di niente e accettiamo il giudizio di chi avverte che in Italia c’è una pericolosa dittatura da parte di un premier che però starebbe mettendo in atto proprio quelle idee che Lui voleva realizzare ma non glielo hanno permesso (proprio come l’invasione di cavalette impedì a John Belushi di andare al matrimonio della sua promessa sposa, The Blues Brother, 1980).

La prova? L’abolizione della tassa sulla prima casa anche a chi ha palazzi di lusso (più l’uso del contante alzato a 3mila euro dai mille attuali). La stessa prova usata anche nel pre-giudizio di sinistra. Se guardiamo ai totali della manovra (da un minimo di circa 27 miliardi a un massimo di 30) la questione non si porrebbe nemmeno. La tassa sui castelli vale circa 80 milioni su un totale ( l’intera abolizione della Tasi) di 3 miliardi e mezzo. Altroché un miliardo o 800 milioni! Quindi 3 miliardi e quasi 400 milioni sono tasse in meno per chi non vive né in ville né in castelli, ma in una casa di proprietà su cui nella stragrande maggioranza dei casi ha pagato o sta pagando un mutuo. Circa l’80% delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà che quindi non è un lusso, ma una necessità. Ma il pregiudizio, appunto, non si basa su fatti ( e numeri) ma su opinioni (per carità legittime ancorché non condivisibili). È «a prescindere» direbbe Totò. Il problema è che guardando all’infinito piccolo, poi non si vede l’insieme. Quello che propone il governo guidato da Renzi e dal Pd è un disegno di sinistra perché da una parte sta spostando il carico fiscale dal lavoro alla rendita.

Il governo del Pd con gli 80 euro (circa 10 miliardi di tasse in meno ai lavoratori), il taglio delle imposte (Irap e Ires) alle imprese, gli incentivi (de contribuzione) alle assunzioni, il super-ammortamento (140%) a chi investe, l’allargamento della no tax area ai pensionati, gli aiuti alle famiglie povere con bimbi, la futura riduzione dell’Irpef (l’80% lo pagano ogni anno pensionati e lavoratori dipendenti) e il contemporaneo aumento dal 12,5% al 26% dell’aliquota sulle rendite, sta realizzando quello che da tempo veniva chiesto a sinistra e nel mondo del lavoro e delle imprese. Dall’altra sta cercando di allentare dal collo del Paese il laccio soffocante del patto di stupidità (definizione di Prodi) europeo. Cioè pur in presenza di un debito pubblico enorme (accumulato un po’ prima che questo governo entrasse in carica, diciamo) il governo del Pd sta scommettendo sull’aumento del Pil (cioè su un aumento dei consumi e quindi della produzione e dei posti di lavoro) e non politiche di austerità già duramente sperimentate. Lasciamo pure stare il “sole dell’avvenire” e la spinta, che è connaturata alla sinistra, a guardare a “un domani migliore” per chi oggi sta peggio. Ma questa scommessa sul futuro, questa voglia di rilanciare la fiducia fra gli italiani, forse andrebbe sostenuta invece di stare lì a segare il ramo in cui sta seduto il governo. Perché quello è il ramo su cui è posato anche il Pd e una volta caduto lascerà spazio a forze pericolosamente populiste e regressive.

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