Perché non riesco a gioire per la vittoria di due donne in quanto donne

Pensieri e Parole
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Il femminismo rappresentativo non mi convince

È un coro unanime. Protagoniste della politica, quest’anno, sono le donne.

Oltreoceano Hillary Clinton, alla guida del partito democratico. Dopo i ballottaggi per le amministrative, Chiara Appendino e Virginia Raggi a capo di Torino e Roma. In Europa Anne Hidalgo a Parigi e Manuela Carmena a Madrid. Siamo a un passo dalla parità di genere?

Se si guarda ai numeri, la strada da percorrere appare ancora lunga. In Italia, ad esempio, i Comuni amministrati da donne sono 1.053. In percentuale, solo il 13% di quelli totali. Ma siamo sicuri che la domanda da porsi sia davvero questa? E che la meta da raggiungere possa essere il bilanciamento preciso fra uomini e donne?

In questi giorni, mi sono domandata spesso il perché della mia diffidenza.

L’impressione che sentivo crescere era quella di un equivoco. L’ombra di un’approssimazione, che non riuscivo a decifrare ma che mi lasciava confusa. Riflettendo ho capito.

In politica, orientarsi attraverso l’appartenenza al genere non fa per me.

Sogno una società in cui ci siano pari opportunità per donne e uomini, certo, ma rientrare in una categoria non basta a innescare un qualche consenso. Il femminismo rappresentativo si basa su un meccanismo che non mi convince. Il fatto che a capo di una città o di un governo ci sia una donna, come me, mi sembra un dato secondario rispetto ad altre questioni. L’idea che una porzione più consistente di donne dirigenti possa cambiare le condizioni di tutte noi la considero un abbaglio.

Oltre a essere un’elettrice donna, sono anche bianca, miscredente ed etero. Ma l’inerenza al genere non ha mai influenzato la mia scelta di un candidato.

C’è un altro aspetto. Se Raggi e Appendino – per fare gli esempi più discussi – hanno ottenuto l’appoggio del movimento è perché il fatto di essere donne non avrebbe costituito un intralcio ma, al contrario, poteva delinearsi come un vantaggio.

Sull’onda del cambiamento invocato da ogni dove “giovane e donna” finisce per diventare il contrario di politico medio. Ed è probabile che così come si è deciso di optare per candidate rassicuranti, moderate e borghesi, allo stesso modo si sia fatta la scelta di puntare su due quote rosa.

Nessuno scandalo, perché in politica i calcoli sono leciti. Presupposto inconfutabile per governare è quello di intercettare un consenso (assioma a volte trascurato dalla nostra sinistra italiana). E allora, se sostenere le donne coincide con l’idea di un beneficio, una prerogativa di successo, fare appello a una questione ideologica appare senza senso.

Se la nostra società non fosse stata pronta ad accogliere la proposta di due sindache, nessun partito avrebbe commesso l’azzardo in nome di una giusta causa.

Molte femministe criticano la nozione di identità di genere, convinte che la strada da percorrere per sconfiggere la subordinazione non sia quella di rivendicare un’appartenenza, ma quella di combattere per ottenere le stesse opportunità degli uomini.

Da questo punto di vista, il fatto che ci siano più donne al comando non è un valore a prescindere dal chi sono, cosa intendono fare e in che modo. Lo è, invece, essere entrate di diritto negli stessi meccanismi della politica, un tempo a beneficio esclusivo degli uomini. Se al prossimo turno l’aria di cambiamento coinciderà con proposte diverse – candidati di colore, omosessuali o non so – in panchina ci finiranno le donne.

E così come oggi non riesco a gioire della vittoria di due sindache, solo in quanto donne, domani non mi sposterà il fatto che si sia puntato su altri catalizzatori di consenso.

Se si mette da parte la retorica, il passo avanti decisivo sembra un altro. Partecipare al gioco – finalmente – col pieno diritto di usare i trucchi di sempre.

 

 

 

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