Ciao maggioritario, alla prossima (si spera)

Legge elettorale
referendum-1993

Il Pd subisce il “tedesco” ma non può sponsorizzarlo

Il ritorno al sistema proporzionale, seppure con lo sbarramento al 5%, è un piccolo fatto storico. Anzi, nemmeno tanto piccolo. Non è un caso se spesso la storiografia fa coincidere l’inizio di una fase con l’avvento di una nuova legge elettorale: la Seconda repubblica non è forse nata con il maggioritario all’italiana?

Tuttavia non sembra affatto che i partiti abbiano piena consapevolezza del passaggio storico che l’adozione del modello tedesco simboleggia e fa sorgere.

Ed è sorprendente, comunque la si pensi nel merito, che il Pd stia passando senza tante discussioni dal sostegno al maggioritario (i cittadini decidono non solo chi li rappresenta ma anche chi li governa) al proporzionale (i cittadini decidono chi li rappresenta ma sono i partiti a decidere chi li governa). Insomma, si stanno cancellando in un giorno vent’anni di pensiero politico sulla bontà di un sistema che non solo consegnava ai cittadini “lo scettro” sul problema del governo del Paese ma puntava a rendere il sistema politico più trasparente e dunque più legato al popolo (il famoso obiettivo di “conoscere la sera stessa del voto il vincitore” che ne era l’emblema va in soffitta).

Tutti vogliono il sistema tedesco. Il Pd ne prende atto. Ma la coerenza imporrebbe di non apporre la firma su questa riforma. E’ un’idea degli altri – da Berlusconi a Grillo. Il Pd non ne è uno sponsor, e sarebbe contraddittorio con la sua storia se vi si aderisse passivamente.

Non è colpa del Pd, si dirà. Renzi è tuttora attaccato a quel modello. Al modello anglosassone: collegi uninominali, uno contro uno. Il problema è che la geografia politica italiana non solo non è bipartitica, non solo non è bipolare, ma non è nemmeno tripolare.

È tornata a sfrangiarsi in almeno 5 aree: sinistra radicale, sinistra di governo, demagoghi-antiparlamentaristi, destra moderata, destra antieuropea (e chi ci dice che non possano esserci presto altre scomposizioni?). Soprattutto, non esiste da tempo un partito egemone, come poteva essere la Dc, ma tre gruppi della stessa forza: Pd, M5s e destra. In una sorta – avrebbe detto Gramsci – di “assedio reciproco” denso di incognite.

Il proposito di razionalizzare il sistema istituzionale, che avrebbe comportato una semplificazione politico-partitica, è saltato il 4 dicembre con la bocciatura del referendum Renzi-Boschi. Ed è saltato anche perché non si è reso abbastanza chiaro che votare Sì avrebbe indirettamente riaffermato il primato dei cittadini in relazione al problema del governo. È andata in un altro modo e ora siamo qui.

Infine, c’è seriamente da domandarsi dove sia finita la spinta propulsiva esplosa 24 anni fa con il referendum Segni e dominante – pur con vistose contraddizioni – nel ventennio Berlusconi-Ulivo, infine sfarinatasi negli anni recenti del Porcellum e ora, appunto, totalmente esaurita. Per tutti questi anni gli elettori, in forme diverse, hanno gridato: “Vogliamo sapere prima del voto che governo farete”. Oggi dicono: “Già è tanto se andiamo a votare, al resto pensateci voi”.

Cosa significa tutto questo? Che la forza della democrazia italiana, intesa non solo come delega ma soprattutto come potere, si è molto ridotta. E che dunque sarebbe opportuno che il Pd, nemico del decadimento della democrazia, mettesse al primo punto della sua proposta elettorale quello di una ridefinizione complessiva della forma di governo puntando decisamente al sistema francese, sia per il modello elettorale che per quello della forma di governo.

Adesso il Pd è costretto a subire l’ondata proporzionalista che si è alzata dalla sera del 4 dicembre stando attento a non farsene travolgere. Deve, per così dire, “surfeggiarci sopra” e tentare di sfruttarne la spinta.

La partita sulla legge elettorale dunque (forse) si sta chiudendo: quella della qualità della democrazia italiana è invece del tutto aperta.


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