Sbarchi, paure e fantasie

Immigrazione
Syrian refugee children sit near a refugee camp in Bab Al-Salama city, northern Syria, 06 February 2016. A new wave of Syrian refugees leaving the country is expected to reach Turkey, according to local news. The Syrian Observatory for Human Rights said some 40,000 people were on the move in Aleppo province, after the Syrian army entered two pro-government Shiite towns outside of Aleppo and advanced against rebel forces in the northern province a day earlier, threatening to entirely encircle the opposition-held parts of the key city.  EPA/SEDAT SUNA

Un’occhiata ai principali giornali italiani di questi ultimi giorni, a servizi radio e tv e un tuffo nel magma indistinto dei social, ed eccola intrufolarsi a sproposito la parolina magica «invasione»

Le parole sono il diavolo, noi lì a credere di lasciarci uscire dalla bocca solo quelle che ci convengono e, tutt’a un tratto, ce n’è una che s’intrufola, non abbiamo visto da dove sia spuntata, nessuno l’aveva chiamata, e, a causa di quella parola, che non di rado avremo poi difficoltà a ricordare, la rotta della conversazione cambia bruscamente quadrante, ci mettiamo ad affermare ciò che prima negavamo, o viceversa». Chissà se il grande José Saramago rifletteva anche alla potenza esplosiva della parola «invasione». Come da vocabolario, indicherebbe «ingresso di barbari nel territorio di uno Stato», «ondate di Unni e Vandali», «irruzione violenta o arbitraria di persone in un luogo con lo scopo di occuparlo o di trarne profitto diffondendovisi in gran quantità», «arrivo di cavallette, di topi, delle acque, di un morbo, di un’epidemia», «senso di usurpazione». Cose spaventose, insomma. Un’occhiata ai principali giornali italiani di questi ultimi giorni, a servizi radio e tv e un tuffo nel magma indistinto dei social, ed eccola intrufolarsi a sproposito la parolina magica «invasione».

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