Sanders e Corbyn, se la sinistra scopre il fascino dei capelli bianchi

Sinistra
epa04879536 2016 US Democratic presidential candidate and US Senator from Vermont, Bernie Sanders, speaks at the National Nurses United during an event in Oakland, California, USA, 10 August 2015.  EPA/JOHN G. MABANGLO

Con questi due nuovi protagonisti, il mondo “anglo” abbandona la terza via. Un risultato dell’assenza di una nuova classe dirigente in grado di riprenderla e rinnovarla

Il britannico Jeremy Corbyn, 66 anni, marxista, pacifista, una vita a sinistra, seguace del rimpianto Tony Benn (l’Ingrao inglese), filopalestinese, amico del regista Ken Loach, avido lettore di libri, vegetariano. L’americano Bernie Sanders, 73 anni, socialista, l’unico a dirsi tale nel senato di Washington, anti-war, ambientalista, da sempre campione dei lavoratori e dei diseredati, portabandiera dei diritti.

Corbyn e Sanders. Il mondo “anglo” non smette di stupire, questa volta non anticipando i tempi, o proponendo modelli che poi il resto del mondo, di buona o cattiva voglia, imiterà e adotterà, o demonizzerà. I due stagionati signori della politica britannica e statunitense propongono di tornare indietro nel tempo, all’antico – questo sostengono i loro rispettivi avversari – e di rovesciare le politiche di Blair e di Clinton che hanno dominato la scena del centrosinistra negli ultimi decenni nell’Occidente. Addio, New Labour, addio, terza via, con tutte le tue varianti e aggiustamenti. Addio, “triangulation” progressista clintoniana, l’andare oltre destra e sinistra. Ben tornata classe operaia, welcome sindacati, giovani in lotta, minoranze.

Senza contare che i due politici rottamano l’assunto anagrafico (molto italiano, va detto però), un’idea diventata dogma, del largo ai giovani.

Sentiremo molto parlare di Corbyn e di Sanders nei prossimi giorni, nei prossimi tempi: il primo come possibile, perfino probabile nuovo leader del Partito laburista, dopo le dimissioni di Ed Miliband; il secondo come sfidante di Hillary nelle primarie democratiche, uno sfidante che i sondaggi nel New Hampshire danno già in testa, con un distacco di ben sette punti sulla Clinton.

Andranno lontano? Riusciranno ad arrivare al 10 di Downing Street e alla Casa Bianca?

Non sono in tanti a scommetterci. Possibile che la loro apparizione sulla scena sia effimera. Ma non una chimera. A parte il fatto che Corbyn e Sanders potrebbero arrivare dove in tanti non s’aspettano, abbastanza lontano comunque da condizionare o rovinare i piani dei loro competitori più danarosi e meglio introdotti nelle stanze del potere.

Corbyn potrebbe infatti conseguire la leadership laburista, in seguito alla consultazione degli iscritti, dopo di che non gli sarebbe facile (ma non impossibile) farcela nel confronto con Cameron o con chi probabilmente ne prenderà il posto alla guida dei conservatori. Ma intanto, nel Labour la sua nomina avrebbe una serie di conseguenze a catena notevoli, lasciando anche immaginare scissioni e abbandoni “a destra”.

Altrettanto l’ascesa di Sanders. È chiaro che il senatore indipendente del Vermont non ha né potrà avere i mezzi finanziari per competere con la superpotenza Hillary nella lunga, pazzesca, corsa che si apre all’inizio del prossimo anno ma che è già iniziata, eppure la sua sarà una presenza ingombrante nelle primarie, anzi già lo è, una presenza che comunque imporrà una rilevante sterzata a sinistra nel Partito democratico.

La stessa Hillary, che già si è notevolmente ricollocata e ridefinita, difficilmente incarnerà il credo clintonista del progressismo moderato e centrista. Questa volta è una new Hillary, doppiamente interessata a essere se stessa, diversa da Bill e dalla sua linea.

Insomma, nella chimica politica americana e in quella britannica – che continuano a influenzarsi reciprocamente – è già di fatto avvenuto un evidente shift, spostamento, a sinistra nel dibattito e nella definizione dell’agenda politica.

È uno spostamento che, secondo alcuni analisti nei due paesi, riflette quanto accade nel campo conservatore, dove ormai galoppano a braccetto populismo e nazionalismo, con tutte le loro varianti demagogiche e fobiche. The Economist definisce questo fenomeno, nella versione americana, “trumpismo”, un neologismo italico per ricordarne la fonte ispiratrice, il berlusconismo [e dire che un tempo andavamo fieri di essere, con il Pci, un paese-modello politicamente di un comunismo alternativo a quello sovietico…].

È una polarizzazione che fa appassire e rende sempre meno attraenti le opzioni moderate e perfino quelle riformatrici ma gradualiste.

“Il declino delle politiche di ‘metà campo’ è un problema sia per il centro-sinistra sia per il centro-destra – scrive E. J. Dionne sul Washington Post – ma può essere un problema più grande per la sinistra moderata il cui compito, per dirla con lo storico Tony Judt, è sempre stato quello di fornire ‘miglioramenti incrementali a fronte di circostanze insoddisfacenti’. Quando tra gli elettori – ragiona ancora Dionne – c’è scoramento, i miglioramenti incrementali non bastano. Specialmente quando lo scontento si cristallizza intorno a questioni di cultura e di nazionalismo piuttosto che intorno a bisogni materiali, le promesse dei socialdemocratici e dei labor democrat possono sembrare troppo scontate, e non ispirano abbastanza”.

Nell’accostamento, sia pure su fronti opposti, di populisti di destra, più o meno di nuovo stampo, come il miliardario Donald Trump, e di un esponente della migliore tradizione liberal/radical come Sanders, c’è però un’evidente forzatura.

In realtà, il riaffacciarsi sulla scena di politici legati a idee date ormai per liquidate dalla storia – come Corbyn e Sanders – non è speculare all’avvento dei vari demagoghi che affollano la destra americana e quella europea.

Tipi come Trump, o anche come i vari Salvini e neofascisti europei e americani, sono l’esito dello sgretolamento di un establishment politico-ideologico in Occidente che il reaganismo-thatcherismo aveva solo apparentemente riconsolidato.

La sinistra, nella sua storia, ha sempre altalenato tra fasi diverse, in conflitto tra loro. Indubbiamente, quella attuale è fortemente caratterizzata soprattutto da un’acuta crisi di credibilità, senza precedenti, dei suoi dirigenti – compresi leader di lungo corso come Hillary – che evidentemente non riescono a essere rimpiazzati da una nuova classe dirigente, portatrice di idee adeguate ai tempi d’oggi, e affidabili.

Obama sempre più appare come un personaggio unico e a parte, che, una volta uscito di scena, non lascia dietro di sé né un’eredità né eredi. Per questo il suo lungo addio è accompagnato da un revival politico un po’ vintage, che può anche appassionare, perfino scaldare qualche cuore, rivitalizzare la partecipazione, ma che comunque segna la sconfitta di ogni tentativo a sinistra capace di andare davvero oltre il Novecento.

 

L’articolo è tratto da ytali.com

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