Salvini, Grillo e Trump: quando il bullismo seppellisce la politica

Politica
Nella combo da sinistra Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, e Beppe Grillo, leader del Movimento Cinque Stelle, Roma, 17 Ottobre 2014. La tensione tra i due e' aumentata dopo che il M5s ha scelto di scendee anche in piazza a Milano per protestare contro la manifestazione 'Stop invasione', promossa dalla Lega Nord. ANSA

L’impiego sistematico e smodato dell’insulto serve a neutralizzare il cervello dell’ascoltatore per puntare alla pancia

Gli insulti, dai tempi di Pericle, hanno sempre accompagnato il dibattito pubblico: più o meno maleducati, più o meno azzeccati (insultare, come ci ha spiegato Schopenhauer scrivendoci sopra un brillante trattato, è un’arte), più o meno efficaci, gli insulti sono stati, per dir così, il sale e il pepe del discorso, e segnatamente di quello politico.

Non è obbligatorio insultare per farsi ascoltare, ci mancherebbe: ma un pizzico di peperoncino riesce ad insaporire anche la più anonima delle pietanze. Il problema è che oggi il sale, il pepe e il peperoncino sono diventati l’unico alimento disponibile, a colazione, a pranzo e a cena: e in dosi sempre più massicce, in ogni contesto, per ogni occasione. Le parole sono state inghiottite dagli insulti, ridotte al silenzio, espulse insieme al ragionamento e alla riflessione dal dibattito pubblico. Non solo: dall’innocuo e persino romantico calcio nel sedere che Togliatti si augurava di poter assegnare a De Gasperi durante la campagna elettorale del 1948 si è passati oggi a minacce di morte, oscenità da angiporto, apprezzamenti fisici, sessismo e razzismo, cattiverie e meschinità inaudite.

Matteo Salvini, che della Lega delle origini sembra aver ereditato soltanto il turpiloquio, è oramai indistinguibile da un bullo di quartiere. Bulli insieme violenti e volgari sono molti grillini, sulla scia e secondo l’insegnamento del pessimo maestro Beppe Grillo (non s’è mai visto un partito politico che nel suo simbolo esibisce una V maiuscola, a significare “Vaffanculo”). E un super-bullo è oggi in gara per la Casa Bianca, e domani potrebbe diventare, secondo la felice espressione coniata ai tempi della guerra fredda e oggi più attuale che mai, il leader del mondo libero.

L’impiego sistematico e smodato dell’insulto ottiene due risultati principali: il primo, naturalmente, è quello di galvanizzare l’ascoltatore, neutralizzandone il cervello per puntare, come si usa dire, alla “pancia”. Si fa cioè leva sugli aspetti peggiori della nostra personalità, sul nostro rancore e sulla nostra rabbia, sul residuo ferino che cinquemila anni di civiltà non sono riusciti a cancellare del tutto, sulla violenza incontrollabile che la società da sempre cerca di controllare, e in definiva sulla componente irrazionale e tribale della nostra malandata psiche. A ben vedere, dunque, chi insulta la Boldrini in realtà sta insultando il suo pubblico: ne sta cioè cancellando la dignità, l’educazione, la razionalità, rivolgendosi esclusivamente alla sua bestialità (mi scuso per il termine: nessun animale, tranne l’uomo, è bestiale).

Il secondo risultato, persino peggiore del primo, è l’azzeramento di ogni possibile discussione. La politica – e in generale la civiltà umana –vive di discussioni, confronti, dibattiti. Si avanza una tesi, si ascoltano le obiezioni e i controargomenti, si controbatte con nuovi argomenti, si confrontano esperienze e sensibilità diverse, si cambia opinione, la si fa cambiare agli altri: tutta la vita sociale (per non parlare del progresso scientifico e tecnologico) è improntata al dialogo e allo scambio fruttuoso di opinioni, esperienze, informazioni.

Il grande pensiero liberale dell’Ottocento formalizza questa modalità, importando in politica la teoria del libero scambio con cui Adam Smith nel secolo precedente aveva cambiato la storia dell’economia e del mondo: ma in realtà si tratta di una costante che ci accompagna dal Neolitico. L’insulto ossessivamente ripetuto –il pepe che si fa pietanza esclusiva – dunque azzera la nostra civiltà, strutturalmente fondata sul dialogo e sullo scambio di informazioni: se uno mi insulta, o lo insulto a mia volta oppure, se sono una persona educata, me ne vado da un’altra parte.

Azzerando la nostra parte razionale e rendendo impossibile ogni confronto, la strada intenzionalmente scelta da Salvini, Grillo e Trump costituisce oggi il pericolo più grave che le democrazie devono affrontare dopo il crollo (in Europa) dei totalitarismo fascista e comunista. Il problema è che è molto difficile controbattere. Sebbene sia ormai chiaro a tutti che l’hate speech, ossessivamente ripetuto dai leader e compulsivamente rilanciato dai social network, è una causa oggettiva di violenza e spesso di morte, le società liberali non possono per statuto censurare nessuna affermazione: gli atti sono perseguibili, le parole mai (nemmeno le peggiori: i “reati”di omofobia, negazionismo o antisemitismo hanno la stessa carica liberale di quelli di blasfemia in Iran o di propaganda controrivoluzionaria in Corea del Nord ).

Alle parole offensive, vergognose, criminogene dei Salvini, dei Grillo e dei Trump bisognerebbe rispondere con altre parole: ma queste, invariabilmente, appaiono smorte e persino inutili al cospetto dell’insulto. Il ragazzino che risponde al bulletto con un discorso sulla bontà dell’amicizia finisce nella migliore delle ipotesi deriso da tutti, nella peggiore steso a terra da un pugno. È questo il crocevia in cui ci troviamo oggi.

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