Salvini è più bravo di noi. Impariamo a rispondergli

Immigrazione
Matteo Salvini               ANSA/PAOLO MAGNI

Il tema degli immigrati non colpisce la “pancia” degli elettori, ma la testa. Il Pd deve raccontare loro una storia diversa da quella leghista

Da quando mi interesso di politica il tema dell’immigrazione ha via via occupato con maggiore prepotenza il centro del dibattito politico. Le soluzioni – in certi casi strutturate, in altri deboli – erano e sono figlie di un’idea diversa di Italia del futuro: più o meno inclusiva, più o meno solidale. Le risposte nascono, inoltre, da un giudizio sullo stato attuale del nostro paese: si è disquisito se fosse pronto all’accoglienza o, al contrario, privo delle risorse necessarie per affrontarla. Le proposte avanzate erano/sono spesso caratterizzate da un’ideologia di fondo e da un livello di analisi insufficiente, data la complessità del problema. Il linguaggio utilizzato ha palesemente condizionato lo scontro politico dandogli senso, costruendo significati.

All’interno di questo contesto c’è una frase che, specialmente a sinistra, abbiamo ascoltato troppe volte: “parla alla pancia del paese”. Il tema dell’immigrazione non è il solo in cui si mette in risalto una presunta differenza tra pancia e testa. Ci si è espressi con gli stessi termini in relazione a quello delle tasse, per esempio.

Secondo questa concezione, l’elettore raggiunto “alla pancia” compirebbe scelte irrazionali. Il cittadino opterebbe invece per la decisione più raziocinante nel caso in cui ci si rivolgesse alla sua testa.

Ebbene, questa drastica disgiunzione, di cartesiana memoria, non esiste. I ragionamenti sono sempre frutto di uno stimolo proveniente dal cervello, un’emozione che attiva un sentimento. Come ha spiegato il neurologo Antonio Damasio in L’errore di Cartesio: Emozione, ragione e cervello umano: “È come se noi fossimo posseduti da una passione per la ragione: un impulso che ha origine nel nucleo del cervello, permea gli altri livelli del sistema nervoso ed emerge sotto forma di sentimenti o inclinazioni inconsce a guidare il processo di decisione”.

Cercare giustificazioni e cullarsi sulla presunta irragionevolezza dell’elettorato non serve. La frase di Salvini giunge alla testa del cittadino che la elabora, per poi prendere una decisione. Certo, ci arriva raccontando una storia che evoca paura e insicurezza.

Occorre dunque raccontarne un’altra, mostrandosi più convincenti, cioè capaci di generare feeling che motivano all’azione. E anche a superare paure e dolori. Facciamocene una ragione. In tutti i sensi.

 

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