Ruolo e destino della sinistra

Politica
ANSA/ANGELO CARCONI

Sembra che le sorti del PD (e del suo leader) siano legate all’esito del referendum e non ai temi che sono al centro del dibattito in tutti i paesi europei

Caro Direttore,

nei partiti della sinistra europea, e nei mezzi di comunicazione, è in corso un dibattito sulla crisi del socialismo democratico che ovunque perde consensi e ruolo. In Italia la riflessione sul tema è povera e spesso strumentale. Lo scontro sul referendum che riguarda la riforma Costituzionale inquina anche la discussione su una questione politica di fondo, che ha a che fare con i caratteri che nel nostro paese ha il PD, il quale ha aderito al Partito Socialista europeo. Infatti, dalle cose che si leggono da chi sostiene il No e da chi sostiene il Sì, sembra che le sorti del PD (e del suo leader) siano legate all’esito del referendum e non ai temi che sono al centro del dibattito in tutti i paesi europei.

Renzi e il personale che gli sta attorno non si pongono il problema, anche perché molti di loro sono estranei alla storia della sinistra socialista e comunista. La minoranza del PD, quando era maggioranza e governava il partito, non si poneva i problemi che sono al centro della crisi dei partiti socialisti, perché riteneva che bastasse stare al governo per superare ogni difficoltà e dare ruolo al partito: a questo fine, dopo l’insuccesso delle elezioni del 2013, provò ad allearsi persino con i grillini.

In questo quadro, non fu difficile a Renzi vincere le primarie con il candidato comunque espressione della maggioranza di allora, il buon Gianni Cuperlo, presentandosi con un programma abbozzato dalle sedute della Leopolda, ma in definitiva promettendo un “cambiamento” che in effetti c’è stato, sia con una forte impronta leaderistica e personale (il partito di Renzi!) sia con le riforme che hanno investito il lavoro e il welfare (con il Jobs Act), la Costituzione (la seconda parte) e la legge elettorale.

Adriano Sofri, sul Foglio, ripreso da l’Unità, ha magistralmente criticato la personalizzazione della politica che non produce classi dirigenti. Renzi, in sostanza, non dà un profilo netto al PD, come partito di sinistra, e mancando larghi consensi a sinistra li cerca a destra. Abbiamo letto anche le repliche aspre a Sofri di Umberto Ranieri e Minopoli, i quali pensano che proprio grazie a Renzi il PD avrebbe egregiamente superato i limiti che sono all’origine della crisi dei partiti socialisti europei.

Dall’altro lato, quel pezzo di sinistra radicale, che conduce un guerriglia al PD, non si pone il problema perché pensa che la crisi del socialismo democratico sboccerà, anche in Italia, in una formazione assimilabile alla spagnola Podemos o alla Linke tedesca: vicende diverse e legate alla storia politica di quei paesi. Il tema della crisi della sinistra europea è stato affrontato anche da un quotidiano della destra più intelligente, come il Foglio, con argomenti a mio avviso non condivisibili, che però avrebbero meritato una replica da parte del PD, che osserva, se osserva, in un silenzio assordante.

Il direttore del Foglio (lunedì 30 ottobre) scriveva: «In un’epoca in cui i messaggi della sinistra non funzionano più, l’unica speranza che ha la sinistra è quella di rubacchiare temi alla destra per conquistare elettori di quello schieramento e poi a poco a poco, farli diventare tasselli della nuova sinistra». Cerasa ritiene che oggi, non solo in Italia ma in Europa, la sinistra deve fare una scelta netta: o con Renzi «per rubacchiare argomenti della destra» o con Corbyn.

È una linea che, nell’arco della sinistra, non solo in Italia, ha dei sostenitori. Ma è una linea che oscura i temi reali che la sinistra ha davanti e riguardano i mutamenti che sono intervenuti nella società, con le nuove tendenze del capitalismo nel globo e con una rivoluzione tecnologica (basti pensare alla robotizzazione) che investe e investirà sempre più tutto il mondo della produzione e del lavoro. Il nodo dell’emigrazione e delle migrazioni è un risvolto dei processi messi in moto dalla globalizzazione. Ed è il nodo più evidente e complicato da risolvere per la politica.

Non è un caso che la crisi della sinistra si manifesti con acutezza nel momento in cui vi è una crisi della democrazia e avanzano forze populiste e anche eversive. Sul tema si è aperto un ampio dibattito, non solo in Europa ma negli USA e in altri paesi.

Sia chiaro, non voglio con queste mie sommarie considerazioni dire che la crisi della sinistra è inevitabile, perché è un momento di un processo più generale che, come ho detto, investe il ruolo della politica e la democrazia. Semmai c’è da osservare che la crisi della politica inevitabilmente colpisce più la sinistra che lotta per il cambiamento rispetto alle forze conservatrici che giocano il loro ruolo sull’esistente.

Ma la responsabilità soggettiva dei gruppi dirigenti dei partiti socialisti non va sottovalutata, dato che è mancato un aggiornamento, un adeguamento delle politiche e della cultura di quei partiti rispetto ai mutamenti cui abbiamo accennato. A questo proposito, ho letto un interessante articolo apparso su The Guardian, firmato da John Harris e ripreso dall’Internazionale della scorsa settimana.

L’autore è un giornalista del quotidiano inglese che da anni segue le vicende politiche culturali dei laburisti e al centro del suo ragionamento, frutto di una accurata inchiesta, sono i profondi mutamenti intervenuti nel mondo del lavoro. «I problemi della sinistra britannica sono di sistema, radicati nelle strutture più profonde dell’economia e della società». E commenta: «Gli ideali della sinistra, l’uguaglianza, la solidarietà e uno stato sociale forte dovrebbero essere intramontabili. Ma tutto ciò su cui i partiti progressisti in passato avevano costruito la loro forza è scomparso o sta rapidamente scomparendo». Harris continuando il suo ragionamento ritiene che «la sinistra occidentale deve affrontare tre grandi sfide che riguardano direttamente il suo ruolo e le persone che rappresenta. Per prima cosa il lavoro tradizionale – così come l’idea di “lavoratore”, centrale nel discorso della sinistra – sta scomparendo. Sempre più persone si barcamenano in un’epoca in cui aumentano i contratti precari e i lavori autonomi, e presto potrebbero trovarsi in un mondo dominato dall’automazione.

In secondo luogo, stiamo assistendo a una nuova ondata di proteste contro la globalizzazione, guidate da forze di destra che esaltano l’appartenenza e la difesa degli interessi nazionali, alimentando la diffidenza nei confronti degli stranieri. Infine, la politica continua a frammentarsi, facendo apparire come un reperto archeologico l’idea che un unico partito o una sola ideologia possano rappresentare la maggioranza della popolazione ».

Tenendo presente queste considerazioni, vorrei tornare a noi. Da quanto tempo i partiti che si richiamano alla sinistra e i sindacati non analizzano con rigore e serietà cosa è avvenuto nell’economia e nel mondo del lavoro, in questi ultimi anni, genericamente definiti come quelli della globalizzazione? Negli anni sessanta, quando si cominciò a parlare della fine del fordismo, il PCI all’Istituto Gramsci convocò un convegno sulle “Tendenze del capitalismo” e si animò un dibattito forte anche nel sindacato.

Un dibattito che nel 1966, all’11° congresso del PCI, ebbe uno sviluppo politico: erano gli anni in cui nasceva il centrosinistra. Oggi si parla di «radicali cambiamenti», di riforme economiche, politiche e costituzionali, senza alcun esame di ciò che avviene nella società. Anche sui caratteri che oggi può avere un partito della sinistra rispetto a questi profondi mutamenti c’è un vuoto totale. È questa la ragione della separazione tra politica e cultura, tra partito e intellettuali. Caro Sergio, so bene che queste mie righe saranno lette come la nostalgia di un vecchio comunista. Ma sbagliano.

Io guardo all’oggi e al domani. E le risposte a tante domande, che non sono solo mie, debbono darle uomini e donne della nuova generazione che vogliono veramente un cambiamento nel modo di concepire e di fare la politica.

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