Rohani e il nuovo Iran. Parliamo di diritti

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Iranian President Hassan Rouhani addresses lawmakers in an open session of parliament, in Tehran, Iran, Sunday, Jan. 17, 2016. Rouhani said Sunday that the official implementation of the landmark deal reached between Tehran and six world powers has satisfied all parties except radical extremists. (ANSA/AP Photo/Vahid Salemi)

il dialogo e l’apertura non possono essere incondizionati, e soprattutto non possono cancellare le verità più scomode: la negazione sistematica dei più elementari diritti umani e civili e l’atteggiamento verso Israele

La visita ufficiale in Italia del presidente iraniano Hassan Rouhani, che comincia domani e inaugura un breve tour europeo, è una buona notizia sotto molti aspetti: indicando nel nostro Paese la «porta d’ingresso» verso l’Occidente, all’indomani dell’accordo sul nucleare e della riapertura delle relazioni commerciali, Rouhani sembra sottolineare un ruolo particolare dell’Italia, Paese con cui i rapporti sono sempre stati «amichevoli», e anche in campo economico «non vi sono mai stati ostacoli, tanto più oggi con la caduta delle sanzioni». L’Iran ha bisogno di investimenti stranieri per 30-50 miliardi di dollari l’anno, per ammodernare la struttura produttiva e sostenere una crescita dell’8%: dall’industria alle infrastrutture, dall’energia alla scienza alla tecnologia si profilano dunque grandi opportunità per le nostre imprese.

Al di là degli interessi economici – che certo hanno grande importanza in sé – la visita di Rouhani, e più in generale la lenta e (speriamo) progressiva apertura dell’Iran all’Occidente, è una buona notizia anche per motivi geopolitici, culturali e strategici. Comunque si giudichi l’accordo sul nucleare, fortemente voluto da Obama, il dialogo è meglio della guerra. E gli affari, da questo punto di vista, sono sempre di grande aiuto. Prima del colpo di Stato khomeinista, del resto, l’Iran era un Paese colto e benestante, perfettamente integrato nello stile di vita occidentale.

Ma il dialogo e l’apertura non possono essere incondizionati, e soprattutto non possono cancellare le verità più scomode: al contrario, perché i rapporti con l’Iran si normalizzino, e perché l’Occidente possa essere realmente di aiuto all’evoluzione democratica e liberale della società iraniana, è necessario ricordare sempre, con cortesia pari alla fermezza, due realtà intollerabili dell’odierna Repubblica Islamica dell’Iran: la negazione sistematica dei più elementari diritti umani e civili, e l’atteggiamento verso Israele, di cui si invoca, semplicemente, la cancellazione definitiva dalla carta geografica.

L’ayatollah Khamenei ha riassunto in nove punti la questione dell’«eliminazione di Israele», colpevole a suo dire di «infanticidio, omicidio, violenza», proponendo un referendum, da cui sarebbero tuttavia esclusi tutti gli ebrei giunti dopo la fondazione dello Stato di Israele, per decidere il destino della «Palestina». In attesa del referendum, «gli unici mezzi di confronto possibili […] sono quelli della resistenza armata». E, all’indomani dell’accordo sul nucleare, la Guida suprema ha assicurato che «fra 25 anni, con la volontà di Dio, non esisterà nulla di simile al regime sionista».

Ancora più sconcertante la posizione del regime sulla Shoah, che oscilla fra negazionismo e irrisione. In un tweet del marzo 2014, Khamenei ha scritto che «l’Olocausto è un evento la cui realtà non è chiara e, se fosse accaduto, non è chiaro come». E quando Rouhani, in un’intervista alla Cnn di due anni fa, sembrò aver detto che «l’Olocausto è un crimine contro gli ebrei degno di biasimo», l’agenzia di stampa ufficiale di Teheran pubblicò immediatamente una traduzione “ufficiale”, secondo la quale il presidente si sarebbe limitato a condannare «ogni crimine contro l’umanità».

Il negazionismo resta la linea ufficiosa, se non ufficiale: tanto che anche quest’anno, a giugno, si terrà una nuova edizione del concorso internazionale di vignette antisemite e negazioniste, con un premio finale di 50.000 dollari a chi saprà meglio spiegare con un disegno che lo sterminio degli ebrei non è mai avvenuto. Per un’atroce ironia della sorte, il concorso, già condannato dall’Unesco, è difeso dai promotori in nome della libertà di espressione: che però in Iran non esiste.

«Le autorità – si legge nell’ultimo rapporto di Amnesty International – hanno limitato la libertà di espressione, associazione e riunione, arrestando e condannando in processi privi di regole attivisti in difesa delle minoranze etniche e dei diritti delle donne, giornalisti, difensori dei diritti umani e altri dissidenti. Torture e maltrattamenti sono tuttora prevalenti e non ricevono alcuna sanzione. Le donne e le minoranze etcniche e religiose sono sistematicamente discriminate per legge e nella prassi. Le fustigazioni e le amputazioni sono a volte eseguite in pubblico. Le esecuzioni capitali continuano in grande numero [nel 2015 con una media di tre al giorno]; fra i giustiziati anche molti minorenni».

Merita dunque di essere raccolto l’appello DiteloaRouhani lanciato al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, e sottoscritto fra gli altri da Nessuno tocchi Caino e da Equality, dall’Arci e dal Partito radicale, perché la «preziosa occasione» della visita di Rouhani a Roma sia sfruttata anche per «porre la questione del rispetto dei diritti umani universalmente riconosciuti». È questo il modo migliore per aiutare, oltreché gli affari, anche le donne e gli uomini iraniani.

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