Roma vittima della guerra a 5Stelle

Roma
The statue of the wolf in Campidoglio capitol Hill, Rome, Italy , 29 ottobre 2015 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

I primi due mesi spesi in litigi interni, conflitti d’interesse, indecisioni e gaffe

Ci ha impiegato pochissimo il sogno impersonato da Virginia Raggi (e dal governo a 5Stelle della Capitale) a trasformarsi in un incubo. Soprattutto, e purtroppo, a danno dei cittadini romani. Con le dimissioni del capo di gabinetto Carla Romana Raineri e del super-assessore al bilancio Marcello Minenna, del neo presidente di Ama Alessandro Solidoro e, ancora, del direttore generale e dell’amministratore unico di Atac Marco Rettighieri e Armando Brandolese, infatti s’infrange l’illusione di far diventare Roma una sorta di prova generale della capacità di governo del M5S (cui in realtà credevano alcuni intellettuali ansiosi di elargire legittimazioni moderate, più che i grillini stessi) ed emerge che l’ideologia del Movimento è incompatibile non tanto con una decente cultura di governo ma con il principio di realtà.

Cinque dimissioni in un solo giorno e dopo solo due mesi dall’insediamento rendono evidente che quel sogno s’è trasformato in un incubo, soprattutto per i romani, a cominciare da quelli che hanno votato Virginia Raggi: i primi sessanta giorni di governo spesi in litigi interni, irrisolti conflitti d’interesse, indecisioni su dossier scottanti come le Olimpiadi e lo Stadio della Roma, gaffe procedurali e stop and go sulle nomine, totale assenza di proposte concrete sui problemi più urgenti della città a cominciare dai rifiuti e dalla mobilità che non siano il ritorno al passato nel primo caso e l’incompetenza unita alla voglia di lottizzare che ha portato alle dimissioni del dg dell’Atac nel secondo.

Le dimissioni del capo di gabinetto e dell’assessore al bilancio rappresentano il culmine di questa sorta di giro di chiglia cui è stata sottoposta la città, ma anche un cambiamento di prospettiva molto netto, un salto di qualità negativo. Minenna, Raineri e Solidoro infatti non erano solo tecnici illustri, ma la punta di diamante di quel tentativo di “normalizzare” il M5S, rendendolo credibile come forza di governo. L’uno, dirigente Consob, economista brillante in passato vicino al Pd era l’uomo adatto per coprire l’inesperienza con le sue competenze e relazioni; l’altra, magistrato di alto livello, voluta da Minenna in quel ruolo, la persona giusta per garantire la legalità in un’amministrazione infida come quella capitolina. Erano l’architrave della giunta Raggi, fortemente legati tra di loro: simul stabunt, simul cadent.

Le loro dimissioni sono una vittoria dei duri e puri del Movimento, quelli che i principi del movimento vengono prima di tutto: la testa del capo di gabinetto offerta loro dalla sindaca è un sacrificio simbolico, che però salva il cerchio stretto dei fedelissimi raggisti. Dunque, assistiamo a un doppio movimento: una stretta ideologica per restaurare la purezza e una stretta oligarchica per difendere il potere da parte della sindaca. Fuori Minenna, Solidoro e Raineri, gli altri tecnici sono destinati a ruoli da comprimari (qualcuno ha notizie del buon Luca Bergamo, assessore alla cultura?) o da dichiaratori incontinenti e incoerenti (è il caso dell’assessore all’urbanistica Paolo Berdini).

Vedremo con chi saranno sostituiti, ma la sostanza non cambia, archiviata l’era del governismo, ora lo scontro è tra due fazioni interne al movimento: i duri e puri finora relegati in posizioni puramente rappresentative e i pretoriani raggisti.

Mentre muta l’asse politico, esplodono tre grandi questioni sulle quali la giunta Raggi si è infilata in un cul de sac, nella classica posizione lose-lose, nel senso che pagherà un prezzo salato quale che sia la scelta che farà: Olimpiadi, Stadio della Roma, Mobilità. Sulle Olimpiadi, con indiscutibile correttezza istituzionale Matteo Renzi ha detto che le Olimpiadi sono una grande occasione ma che rispetterà le scelte che spettano al sindaco e solo al sindaco. Mettendola però così ancor di più nei guai: la furba speranza dei grillini era infatti che alla fine a togliere loro le castagne del fuoco ci avrebbe pensato il governo, imponendo con un gesto d’imperio la candidatura di Roma, sicché potessero nel contempo gridare allo scippo autoritario senza però perdere quella che alcuni di essi ritengono un’occasione da non gettare via (a Napoli si dice “chiagne e fotte”). Ora la sindaca dovrà dire sì o no: nel primo caso farebbe il bene di Roma ma, schierandosi con l’odiato Renzi, scatenerebbe la guerra dei duri e puri; nel secondo, in nome della purezza, getterebbe definitivamente a mare ogni legittimazione governativa.

Stesso scenario sullo Stadio della Roma: il Campidoglio ha mandato il dossier in Regione, cui spetta l’ultima parola, ma lo ha mandato incompleto. E cosa manca? Guarda caso manca la dichiarazione di conformità del progetto alla delibera sulla pubblica utilità dell’opera votata dall’aula Giulio Cesare. Atto necessario ma che sarebbe interpretato come un assenso. Anche in questo caso, vorrebbero che fosse la Regione a scegliere per conto loro, ma pare proprio che anche in questo caso non sarà così.

Intanto il dg di Atac Rettighieri se ne va denunciando che tutte le cifre fornite dalla giunta sui mezzi che saranno in campo a settembre sono sballati e smentendo di aver ricevuto i finanziamenti annunciati per la manutenzione. Avevamo previsto un settembre nero per i romani, ma questo si preannuncia davvero nerissimo.

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