Ritratto di Virginia la Valanga

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Ma chi è Virginia Raggi? Uno squalo della politica, ha messo nel sacco tutti

“Cosa’hai trovato in lui/ di tanto bello/ non so…”, cantava decenni fa l’immortale Bruno Martino: ed è effettivamente un interrogativo che nella vita una volta o l’altra ci siamo posti tutti. Già, cos’è che i romani hanno trovato in lei, in questa Virginia Raggi venuta da chissà dove, di tanto bello?  Una signora Nessuno – detto con rispetto, come si diceva di Jimmy Carter “Jimmy who?”, per non parlare dei recenti “Fassina chi?”: chi la conosceva, fino a quattro mesi fa? Eppure è stata una valanga. Un trionfo. Chapeau.

Ma la questione è piuttosto che nemmeno oggi, dopo la campagna di Roma, conosciamo Virginia Raggi. Chi è veramente questa dark lady che immaginiamo sempre in nero che ha sbranato il Pd di Roma, un po’ una Bette Davis senza magnetismo, chi è questa romana di Roma Nord dall’accento strascicato e l’aria imbronciata-annoiata di chi ha tirato tardi e staccato il telefono? Questo diafano simil-fantasma del Louvre che non ha voglia di leggere romanzi magari immaginati pallosi – una che predilige Il piccolo principe (per carità, è un caposaldo, ma così si risponde a 14 anni) invece di dire almeno un Roth, che diamine. Chi è questa ragazza nella postura così poco romana, magra magra, capelli lisci, lontanissima dalla Romana di Moravia – tranne che per i grandi occhi neri – o allo stereotipo procace annamagnanesco-pasoliniano, questa ragazza divenuta signora restando ragazza, questa finta ingenua acqua e sapone che ha messo tutti nel sacco?

Già, perché la Raggi ha una sembianza più da sciura, così piena di sè, così lesta, così dura, una ragazza che a Giachetti non diceva “ciao” ma “salve” – e questo fa molto Nord più che Roma Nord, più Franca Valeri (“Cosa fai cretinetti?”) che Sabrina Ferilli, sua fan di nuovo conio; e non la si immagina a suo agio nei salotti di Vigna Clara ma neppure nei cortili del Quarticciolo per il fatto appunto che è una romana-non romana, in coerenza col suo essere politicamente anfibia, “dov’è la destra/dov’è la sinistra”.

Certo, è, latu sensu, molto romana quando fa la furbetta – incarichi? Quali incarichi? – ma è roba da pesce piccolo – il favore della mamma di una collega di partito, una cosetta così, da italiani brava gente – non certo grandi furfanterie da fasti sbardelliani, seppure col generone romano lei abbia fatto un pezzo importante di strada, il”giro” dell’avvocato Previti e del professor Sammarco, e chissà se non venga anche da lì la sua sagacia da squalo politico vero. Uno squalo politico che, se serve, sa imbrogliare; se serve, sa far finta di dimenticare. D’altra parte, non si diventa sindaci di Roma – specie questa Roma più bizantina che rinascimentale – se non si è squali.

Sì, Virginia Raggi è uno squalo che ha mangiato i suoi avversari interni (chiedere al povero De Vito che già si sentiva sindaco) destreggiandosi come una politica di professione fra correnti e correntine del Movimento, fra le grandi matrone de Roma, la Taverna e la Lombardi, guadagnandosi piano piano la considerazione dei Robespierre e Marat a cinque stelle, Di Maio e Di Battista, posizionandosi subito – lei, senza curriculum, senza gavetta, senza storia, senza niente – come possibile assessore fin dai tempi di Ignazio Marino, e poi, pur frequentando poco e male l’aula Giulio Cesare, imponendosi come la grillina dal volto umano.

Però cos’avranno trovato in lei i romani… Un momento: la rivalsa, certo! La vendetta, certo! Ma sì, Virginia è stata il vettore di un clamoroso spirito di vendetta e di rivalsa, ecco tutto. Ha interpretato, con l’istinto prima ancora che con la ragione, uno spirito del tempo che è quello che con il vaffa aveva espresso il suo primo grande ruggito: e la giovane rampante di Roma Nord su quel vaffa ha surfeggiato, altro che funivie e pannolini.

Lo squalo che è in lei ha fatto il resto. Ha macinato, seminato, incassato, schivato, mentito, picchiato, aggiustandosi con grazia i bei capelli neri con inevitabile comparsa dell‘orecchio a sventola, ha civettato giusto un poco con i romani arcistufi della politica e che hanno fatto presto a trovare la quadra: “Vedemo che sa fa’ e se nun è capace manneremo via pure a lei”, così hanno detto i romani nella loro sovranità ritrovata pur fra sbuffi e sbadigli e illusioni perdute. Adesso sta a lei, giovane squalo nero, alla grillina dal volto umano ma dai mille enigmi,  governare questa città assurda e magnifica. “Vedemo che sa fa'”, appunto.

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