Perché immigrati contro terremotati?

Terremoto
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Nel doveroso giorno di lutto nazionale dovrebbe prevalere il silenzio rispettoso per chi non c’è più e per chi s’è salvato

Oggi tutta Italia piangerà le proprie vittime nel terremoto che mercoledì ha sconvolto migliaia di vite. Nel doveroso giorno di lutto nazionale dovrebbe prevalere il silenzio rispettoso per chi non c’è più e per chi s’è salvato ma avrà per sempre il proprio cuore e la propria esistenza feriti e il senso di comunità. Rispettare il dolore è prima di tutto un segno di umanità.

Purtroppo non tutti ne sono capaci. Perché evidentemente la voglia di fare becera propaganda per alcuni è troppo forte per potervi rinunciare, soprattutto se possono soffiare sul fuoco della divisione e della contrapposizione.

liberoLa preoccupante ricorsa allo sciacallaggio, mentre ancora si contavano i morti e si cercava un riparo ai sopravvissuti, ha cominciato a far rimbombare un delirante tam tam razzista che il quotidiano Libero ieri ha evidenziato nella sua prima pagina contrapponendo i terremotati ospitati nelle tende con i profughi che vivono negli hotel (che come propaganda ogni giorno ci ripete ovviamente sono “di lusso” e ovviamente sono “a spese degli italiani”).

Criticare quel titolo e quelle foto ovviamente è sacrosanto, ma anche scontato. Perché il quotidiano Libero non ha fatto altro che far emergere, urlandolo nella propria prima pagina, un pre-giudizio creato e alimentato da chi qualche responsabilità politica e istituzionale in più dovrebbe averla. E che invece oramai si è specializzato nel contrapporre essere umani e esseri umani, questa volta dividendo tra terremotati e cittadini stranieri profughi nel nostro Paese.

È stato il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, già ministro leghista dell’interno con Berlusconi, ad esempio a dire (subito sostenuto da un esponete dei 5Stelle) che i moduli abitativi temporanei dell’Expo dovevano essere utilizzati per i terremotati e non per i profughi. Mentre Forza Nuova addirittura ha organizzato un sit-in al Meeting di Rimini contro i profughi contrapponendogli, appunto, i terremotati. Ma già Bertolaso, indimenticabile (soprattutto a L’Aquila) capo della protezione civile, aveva espresso dubbi sulla sufficienza delle tende per i terremotati visto che le avevano già date ai profughi. Ed il leader della Lega Salvini aveva fatto sapere (via twitter) di apprezzare (“non ha per niente torto”) don Cesare Donati, parroco di Boissano nel Savonese che sulla propria pagina Facebook aveva detto che era venuto il momento “di mettere gli sfollati nelle strutture e i migranti sotto le tende…”. Ed è un assessore regionale della Liguria, anche lui della Lega Nord, a urlare che la casa d’accoglienza, che stanno ristrutturando nel centro di Genova è preferibile destinarla alle famiglie di chi ha perso la casa nel terremoto piuttosto che alle famiglie di profughi. La retorica anti-immigrati è la solita oramai nota, ma avendo negli occhi quello che è successo alle famiglie e ai paesi colpiti dal terremoto è preoccupante che venga condita con un cinismo da piccolo calcolo elettoralistico che l’Italia davvero non si merita. Che non si meritano le persone che stanno soffrendo fra le macerie e quelle, tantissime davvero, che in tutto il nostro Paese stanno dando una mano secondo le proprie possibilità.

Questi signori, che sono in grado di fare una classifica delle sofferenze umane in base alla provenienza o al colore della pelle delle persone, basterebbe invitarli ad andare a parlare con gli abitanti di Amatrice che nel loro paese (proprio come avviene in tanti altri comuni italiani) ospitavano una comunità di profughi che erano diventati loro concittadini e che assieme a loro si sono messi a scavare nella notte di mercoledì per salvare i propri vicini di casa. Glielo potrebbe raccontare quel ragazzo che assieme alla sua fidanzata era sotto un cumulo di matrice e che nella notte è stato tirato fuori da due suoi coetanei immigrati ospitati lì ad Amatrice. Hanno sentito la sua richiesta d’aiuto e si sono messi a scavare a mani nude: prima hanno trovato lui e poi la fidanzata.

Oppure si potrebbe invitarli a fare visita al Gruppo umana solidarietà di Monteprandone, nelle Marche che ospita alcuni giovani immigrati sbarcati a Lampedusa che hanno chiesto ai responsabili dell’associazione di poter dare una mano alle famiglie colpite dal terremoto e assieme ai volontari italiani hanno ripulito dall’erbacce alcuni campi su cui poi sono state allestite delle tende e una base di atterraggio per gli elico tteri.

Magari potrebbero andare fra i cittadini della comunità cinese di Prato e Firenze e farsi spiegare perché mai hanno deciso di mobilitarsi in aiuto dei terremotati riempendo sei furgoni di materiali utili a chi ha perso tutto in una notte. Oppure chiederlo ai profughi ospitati a Gioiosa Ionica che hanno devoluto il loro pocket-money, cioè i soldi che ricevono per le spese quotidiane, alle famiglie colpite dal sisma. Magari potrebbero scoprire che quella diaria ammonta a circa 2 euro al giorno e non a 35-40 di cui favoleggiano vecchi e nuovi razzisti che invece corrispondono al costo medio per l’assistenza.

Questi specialisti della demagogia soprattutto potrebbero scoprire che la solidarietà non ha distinzione di colore, né produce divisioni in base alla religione professata, né ha una base etnica o geografica. Non si è più solidali a nord piuttosto che a sud, a ovest invece che a est. La solidarietà è una qualità che appartiene all’umanità, all’essere che, appunto, chiamiamo umano. Non a caso noi italiani usiamo la stessa parola, umanità, per intendere sia “l’insieme dei caratteri essenziali e distintivi della specie umana”, sia “l’intero genere umano”. Perché il nostro tratto distintivo, non in quanto italiani o stranieri, o cattolici o musulmani o ebrei, ma in quanto umani è la com-passione, cioè la capacità si sentire insieme, di con-dividere sentimenti fondamentali e naturali che ci appartengono in quanto genere. E tra questi c’è quello di non tirare indietro la propria mano di fronte a qualcuno che ti tende la sua.

L’esatto contrario di chi per lucrare qualche voto sollecita contrapposizioni razziste e cerca di alimentare le proprie fortune politiche puntando tutto sulla divisione. Sul “noi e loro”, sul “prima gli italiani”. Non si sa se questo calcolo è esatto, ma anche se gli riuscisse questa triste operazione poi si troverebbero a dominare su macerie morali molto più pesanti e difficili da rimuovere di quelle di mattoni, sassi e cemento che hanno travolto Amatrice e gli altri comuni. E in questo caso sì che la ricostruzione sarebbe parecchio complessa. Però, nonostante i cattivi venti che soffiano in mezzo Europa e pure negli Usa, continuiamo a pensare che certe spinte alla divisione fra esseri umani saranno res p i n te.

È più di una speranza alimentata anche dalle parole di chi il dramma del terremoto l’ha vissuto sulla propria pelle. Come quelle che Alessandra Spada ha scritto sul proprio profilo Facebook: “La mia casa di #Amatrice è inagibile. Non è la mia prima casa quindi un posto dove andare ce l’ho. Ma posso assicurare che a NESSUN amatriciano sentirete dire che bisogna cacciare gli immigrati dagli alberghi per metterci i terremotati. Primo perché per chi ha vissuto un dramma così la solidarietà è un sentimento molto forte -specie se sei vivo solo grazie a chi ti ha aiutato. E uno che scappa dalla guerra lo senti un po’un tuo simile. Secondo, perché a Amatrice era ospitato un gruppo di richiedenti asilo, a cui tutti si erano affezionati – sì, si possono percepire gli immigrati come parte della comunità. E perché l’altra notte erano anche loro a scavare, e perché anche qualcuno di loro sta sotto le macerie. Quindi grazie lo stesso, e accoglienza per TUTTI quelli che ne hanno bisogno, senza ‘noi’ e ‘loro’”.

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