La verità, vi prego, sui risparmi della riforma costituzionale

Riforme
Italy's Prime Minister Matteo Renzi talks during a confidence vote at the Senate in Rome February 24, 2014. Renzi faces his first test before a fractious national parliament on Monday when he goes to the Senate to put flesh on ambitious reform plans and seeks to win a confidence vote in his newly installed government. REUTERS/Tony Gentile  (ITALY - Tags: POLITICS)

La classica leggenda metropolitana utilizzata dai professionisti della cattiva informazione rischia di diventare una notizia non vera

L’alibi che la Ragioneria di Stato avrebbe quantificato in appena 50 milioni i risparmi derivanti dalla riforma costituzionale non regge alla prova dei fatti, però sta diventando la classica leggenda metropolitana utilizzata dai professionisti della cattiva informazione. Il rischio è che diventi vera una notizia non vera, e allora vale la pena di approfondire perché davvero gli argomenti di chi dice che la riforma non farà bene alle tasche degli italiani cadono di fronte al fact checking, anche se resta vero che i risparmi non sono la principale ragione per votare un Sì convinto a una riforma inseguita da ogni parte politica per anni, addirittura da chi fece la Costituzione , riconoscendone i limiti della seconda parte, quella scritta con la paura che il passato tornasse.

È per rendere l’Italia un Paese più efficiente, produttivo e giusto che dobbiamo votare Sì. Poi è chiaro che tagliando le poltrone ci saranno importanti riduzioni di costi e che benefici ulteriori  arriveranno da un procedimento legislativo più snello e veloce. La burocrazia pesa come un macigno sulle spalle dei nostri figli in termini di minori opportunità di sviluppo e di produttività. Tutto questo ha un costo: il ping-pong del bicameralismo perfetto ci fa sprecare soldi, risorse ed energie. Ci chiude in interminabili discussioni mentre il Paese fuori resta in stand-by, in attesa di risposte, di leggi che tardano, di provvedimenti urgenti che vanno avanti solo con lo strumento della fiducia. È invece la centralità del Parlamento che vogliamo restituire ai cittadini. Perché mai più accada che una legge importante per chi lavora la terra come il collegato agricolo impieghi più di 24 mesi per arrivare all’ok finale, o che quella altrettanto attesa sull’omofobia resti impigliata nel confronto sempre più rissoso trai due identici rami del Parlamento italiano.

Ma torniamo al mantra tanto caro alle armate Brancaleone del No, quello che “La Ragioneria di Stato dice che si risparmia 50 e non 500 milioni”. Precisiamo che la Ragioneria ha affrontato la questione in una nota che basterebbe leggere per verificare che si parla espressamente di “prime stime di massima esclusivamente sul risparmio derivante dal venire meno degli stipendi di 315 senatori e dall’abolizione del CNEL“.

E’ la stessa Ragioneria a spiegare che le ulteriori stime sono rinviate alle fasi attuative della riforma. Ci sono infatti molte voci da inserire nella lista dei risparmi: dalla riduzione degli stipendi dei circa mille consiglieri ai minori contributi dati ai gruppi consiliari regionali, dall’abolizione definitiva delle province alla rimodulazione delle competenze legislative tra Stato e Regioni. Senza considerare l’eliminazione del costo del contenzioso tra governo centrale e regionale dovuto alle modifiche del titolo V: parliamo di centinaia di cause che gravano come costo aggiuntivo sui cittadini sia a livello locale che per lo Stato. È chiaro che questi calcoli vadano considerati ed è evidente che non si possa ridurre all’abbattimento dei soli costi fissi il risparmio che arriverà grazie alla piena attuazione della Riforma costituzionale.

Il governo dichiara che l’ammontare di questi risparmi si avvicini ai 500 milioni. Ognuno può fare le stime che vuole però è chiaro che l’argomento “lo dice la Ragioneria” crolla nel momento in cui lo stesso ente spiega che l’analisi si limita solo ad alcune voci e invitiamo quanti vogliano approfondire la questione a leggere per intero la nota del 28 ottobre 2014, senza affidarsi a ricostruzioni di parte che offendono l’onestà intellettuale di chi le divulga, prima della buona fede di chi le apprende. Non continuiamo ad essere un Paese che inganna se stesso, è così che siamo arrivati a questo punto. La verità è buon senso e credo che l’Italia che guarda al futuro ne abbia un grande bisogno.

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