Rinunciare alle Olimpiadi è come perdere e non dare la mano all’avversario

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Ospitare le Olimpiadi è anzitutto la sfida di una classe dirigente, i fallimenti non possono diventare la stella polare della politica

Il delizioso scorrere degli eventi olimpici offre ogni giorno racconti che conservano e tramandano il valore di questo raduno. Ogni quattro anni possiamo stare insieme. Tutti. Popoli che altrove, negli stessi giorni, si combattono in guerre, a Rio si misurano e si accettano. Il judoka egiziano che rifiuta la mano del rivale israeliano, nel consueto saluto dopo l’incontro, fa notizia (e riceve i fischi del pubblico) proprio perché un gesto ostile non riesce ad attecchire ai Giochi olimpici, cosa che succede, e si sublima, nel caso di manifestazioni politiche che cercano di affermare diritti e giustizia.

Noi proponiamo quella deludente foto accanto alla più bella del giorno, opposta, al podio che i rugbisti fijiani e britannici condividono, festanti, dopo la finale. Un tempo, gli uni erano colonizzati dagli altri (anche se fu occupazione “morbida”rispetto ad altre). È la prima medaglia d’oro delle Isole Fiji: quando la partita finisce, gli australi piangono, e i perdenti li consolano, li coccolano, li abbracciano.

Le Olimpiadi sono sinceramente un momento unico di accesso e libertà, per tutti. L’ossessione incolta e superficiale che vorrebbe ridurre questo momento ai conti, le spese, gli impacci organizzativi, e ne esclude la possibilità rivestendola con un frasario che ricorda le profezie di sventura, sono l’esatta manifestazione della demagogia che intendono – artificiosamente – denunciare.

Nella rassegna degli esempi passati, e piegando le Olimpiadi alla riuscita infrastrutturale e organizzativa, si può facilmente pescare dove fa comodo: nei disastri e nei successi. A chi ricorda la rinascita di Barcellona dopo il 1992 – con echi positivi che ancora si sentono – viene opposta la calamità greca: ma Atene semmai truccava i conti per ospitare i Giochi (e per opportunismo verso l’Ue) e non ha rovinato l’economia per essere all’altezza del compito. E non è importante cercare l’unanimità, perché ospitare le Olimpiadi è anzitutto la sfida di una classe dirigente politica, che deve avere l’ambizione di credere e costruire un futuro migliore, più felice, più sicuro.

L’argomento contrario non può essere il passato, quando il sistema-Paese non è riuscito ad elevarsi davanti a queste sfide (abbiamo appena finito di pagare le rate dei mutui di Italia 90, quei Mondiali di calcio che ci lasciarono stadi costosi e brutti e poco altro), né il timore ravvivato con scostumata frequenza della corruzione che ammorba il potere e chi vi dipende. I fallimenti non possono diventare la stella polare della politica. Devono ammonire, devono aiutare a capire, ma non possono bloccare un Paese. Il coraggio e la visione devono animare chi governa. Anche il realismo, certo: ma non si può tirare la riga del bilancio finale calcolando solo entrate e uscite.

Per essere banali (e inondati di buone immagini): i Giochi lasciano sempre qualcosa: vivere e assorbire il loro stesso messaggio è accrescimento culturale che è difficile misurare in soldi, nell’immediato. E nessuno è curioso di studiarne i vantaggi lontani nel tempo. I Giochi olimpici (e i Mondiali di calcio) stanno viaggiando il mondo con preoccupazioni che crescono alla vigilia, prima di essere travolti dall’allegria della diretta. Queste scelte dei vari comitati hanno cercato l’inclusione di zone che razionalmente non avevano forza e ricchezza per accettare la sfida. Sono Paesi che hanno scommesso su loro stessi, convocando l’entusiasmo di popoli interi, quasi sempre superiori ai loro rappresentanti nel mettere in comune i sentimenti. Anche questa distanza andrebbe valutata con serietà. Eppure siamo più interessati al colore dell’acqua della piscina.

Ma eccoci a Roma: le associazioni ambientaliste hanno tolto dal campo alcuni alibi che potevano essere tenacemente sventolati. Si possono organizzare Olimpiadi vantaggiose per l’ecosistema. Ci sono già documenti, protocolli e impegni per recuperare, rivalutare, insomma, tutti quei verbi che rasserenano gli ecologisti. Ci sarebbe un beneficio infrastrutturale enorme per una città che nelle Olimpiadi della mobilità arriverebbe lontanissima dal podio. Ci sarebbe, sullo sfondo, un traguardo da raggiungere insieme, che è semina d’oro per un Paese che si fa la pelle sulle divisioni. Anche le novità di ieri (il super stipendio che la giunta Cinquestelle assicura al capo di gabinetto: ritrattazione imbarazzante di tutta una filosofia politica) avvisano sull’inutilità del populismo: non serve a governare, e non serve a durare perché no costruisce niente di robusto.

Mentre ci sono altre cose di ieri – festose e semplici – che vanno illuminate: sono in questa pagina. Ci hanno colpito due atleti. La piccola, agile, atleta etiope, mossa da un incedere perpetuo: lei, Almaz Ayana, 47 chili ma sono solo pelle, ossa e muscoli tesi, ha corso come dovesse completare una missione: il suo cuore ha cancellato i tempi oscuri dei record cinesi, preparati in laboratorio. Quell’invasione senza passione né verità è adesso un conto chiuso, e bisogna ringraziare Ayana. L’altro atleta è l’antillano Teddy Riner, 131 chili, mitico judoka: il francese vince da anni, da sempre. Spesso, i rivali si facevano punire dagli arbitri per il rifiuto di lottare, spaventati da questo marcantonio. Adesso ci provano, e il più felice sembra proprio Riner, che può misurarsi, verificare le mosse, l’allenamento, le prese, la forza. In semifinale, ha steso proprio Or Sasson, il judoka israeliano con cui abbiamo cominciato questo pezzo.

Le Olimpiadi mescolano paure e speranze, autenticano le emozioni. Rinunciare a questa bellezza è – in breve – negarla: come perdere e andarsene senza dare la mano all’avversario.

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