Riforme nel solco dell’Ulivo

Referendum
Un momento delle dichiarazioni di voto finali del disegno di legge sulle Riforme Costituzionali alla Camera dei Deputati, Roma, 12 Aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

lDa tutti i gruppi dirigenti del centrosinistra l’impegno per un sistema dell’alternanza

Le riforme costituzionali che il popolo italiano si appresta a confermare o meno con il referendum del prossimo autunno sono il punto di approdo di un percorso più che ventennale della sinistra italiana post 89, del centrosinistra e dell’Ulivo e uno dei punti costitutivi che hanno dato vita al Partito Demo cratico. Vi è, in quelle riforme, il DNA del nostro popolo e la ricerca costante e mai negata che tutti i gruppi dirigenti del centrosinistra italiano hanno sviluppato in momenti diversi per giungere ad un compiuto sistema delle alternative, ad una ridefinizione della forma dello Stato e ad una riforma dell’istituto parlamentare più coerente con le esigenze di una democrazia matura.

Se volessimo spingerci ancora più indietro nel tempo potremmo arrivare alla metà degli anni 80 per ritrovare negli atti dell’allora commissione Bozzi molti elementi che fanno parte del ddl Boschi o rileggere atti di convegni e congressi del Partito Comunista Italiano dello stesso periodo in cui si sottolineava la necessità di superare un “nobile conservatorismo” in materia di revisione della Costituzione. Quindi la sostanza dell’attuale testo di modifica della Costituzione non tradisce l’indirizzo fondamentale ( pur nelle inevitabili varianti tecniche ) di una linea strategica e di una identità su cui si è fondato il lungo cammino che da quegli anni ha portato alla nascita del Partito democratico.

Alla vigilia di questo importante voto referendario credo che dovremmo fare tutti uno sforzo per sottolineare questo aspetto. Renzi ha condotto a termine questo tragitto raccogliendo un testimone ( mi piace vedere così questa vicenda ) che ( a dispetto di troppi strumentali e reciproci rancori ) è passato dalle mani di Prodi, a quelle di D’Alema, a quelle di Rutelli, a quelle di Veltroni e a quelle di Bersani. Differentemente dai suoi predecessori ha avuto però un vantaggio: la debolezza politica ed il declino irreversibile di Berlusconi come capo indiscusso della destra italiana. Le riforme costituzionali si fanno con un largo accordo politico o si tenta di farle così.

Fino al 2013 Berlusconi ha sempre avuto la forza di far saltare ( condizionando la materia attraverso il suo conflitto di interessi ) il tavolo delle riforme. Dopo il 2013 questo non gli fu più possibile mentre aveva ogni interesse a recuperare una posizione di leadership legandosi ad un ruolo di “padre della patria”. E nonostante questo ha comunque rotto in parte gli accordi nelle fasi conclusive dell’iter parlamentare della riforma. Ma senza riuscire a fermarne l’approvazione. Sottolineo questi aspetti perché, secondo me, sono decisivi per una corretta campagna referendaria e per un clima più unitario all’interno del PD.

Quanto alla prima questione dico questo: noi vinceremo il referendum se le riforme appariranno davvero come figlie della nostra storia e del nostro DNA e non il prodotto esclusivo e personale di Renzi ( che pure ha il merito di avercela fatta). Su questo Renzi ha corretto la linea e ha fatto bene. Modestamente , proprio su queste pagine, ne ho segnalato la necessità poco più di un mese fa. Tutto il nostro popolo deve ritrovare se stesso in questo cammino lungo e faticoso per modernizzare la democrazia italiana ed esserne orgoglioso. Questo fondamento storico delle riforme che lega il PD alla Nazione è la nostra carta referendaria più i portante e va esaltata.

Più ancora dell’argomento della riduzione dei costi della politica che pur essendo vero si gioca su un terreno per noi sfavorevole dal mo e to che i populisti del momento sarebbero sempre in grado di promettere ( senza mantenere) soluzioni low-cost più accattivanti delle nostre proprio perché basate su argomenti di pancia. Quanto alla seconda questione sono molto preoccupato per certi toni della discussione e interna sul referendum: toni reciprocamente offensivi, ultimativi e gravemente settari. Da una parte e dall’altra. E non parlo dei nostri gruppi dirigenti ma delle cosiddette “seconde file” che dovrebbero essere richiamate ad uno stile e ad una maggiore responsabilità.

Questo aspetto è serio e preoccupante non solo perché spezza la continuità di una storia ma corrode i rapporti interni e il senso di comunità di un partito. Io non professo rancore verso chi la pensa diversamente da me nè fuori nè dentro il mio partito per cui penso sia sbagliato e assurdo tanto dire che Renzi è un Duce che vuole restringere la democrazia quanto dire che chi vota No offende il Parlamento. Questo andazzo porterà tutti su un terreno autodistruttivo e perdente. Agli amici e ai compagni che voteranno No invito a fare una riflessione. Queste riforme sono nel solco della nostra tradizione anche se sono migliorabili e mancano di alcuni aspetti che dovranno essere affrontati: in primo luogo la riduzione e del numero delle regioni e una loro diversa divisione amministrativa sul territorio. Di questo si dovrà parlare ai fini di un ottimale funzionamento del futuro e nuovo Senato, se prevarrà il Si. Ma la perfezione non fa parte di questo mondo ne della politica.

La vittoria del No, oggi come oggi, non sarebbe un successo nemmeno dei più acerrimi nemici interni di Renzi ma sarebbe solo la vittoria delle destre e (a prescindere dalle sigle politiche sempre mutevoli) spingerebbe oggettivamente a destra l’esito politico della vicenda italiana in questa delicata stagione. Qualcuno davvero pensa che la vittoria del No darebbe frutti agli oppositori interni di Renzi e non invece ad un sentimento anti politico, demagogico e distruttivo che non potrebbe essere raccolto che da forze demagogiche e che sposterebbe ulteriormente a destra lo stesso profilo del Movimento Cinque Stelle che insegue la pancia degli elettori e non ne guida gli orientamenti? Ne uscirebbe demolita la Nazione e un idea della politica basata sul metodo delle riforme e dei cambiamenti strutturali e ponderati.

Un ultima considerazione. La minoranza interna al PD ha proposto di cambiare la legge elettorale ed ha avanzato una proposta. Personalmente apprezzo quella proposta anche se bisognerà vedere se avrà i numeri in Parlamento. Non giova, tuttavia, condizionare il Si alle riforme all’accettazione della revisione della legge. Perché – mi permetto di osservare – questo fa perdere forza alla genuinità della posizione assunta dalle minoranze. E credo che il gruppo dirigente debba avere maggiore attenzione alla possibilità di rivedere la legge elettorale ( pur senza impegnarsi esplicitamente perché va verificata la possibilità di farlo ) non per garantirsi un Si dalla minoranza ma perché nel merito la legge elettorale dell’Italicum merita una messa a punto. Non sulla questione dei premi alla lista o alla coalizione, rispetto alla quale non ci si può rapportare in funzione delle proiezioni elettorali del momento. La capacità di consenso largo e maggioritario un partito deve averla con la sua capacità politica e culturale di attrarre consenso prima che su un piano tecnico.

Quanto sul sistema di scelta dei rappresentanti del Parlamento. La preferenza è uno strumento che può garantire il diritto di scelta ma fino ad un certo punto. Non a caso la prima repubblica cadde, alla fine, su questo nel referendum abrogativo delle preferenze e si aprì la strada ai collegi uninominali e al Mattarellum. Il controllo del voto con la preferenza può diventare ( e sta diventando ) totale.

Il rapporto tra eletto ed elettore è più sano e completo se passa attraverso una ben definita comunità territoriale e se è limitato nel tempo. Cosa che i collegi uninominali garantiscono. Il voto di preferenza impone invece un rapporto singolo per singolo che, nell’impossibilità e inopportunità di una regia politica dei partiti, favorisce clientele e scambi. Non scopro evidentemente nulla di nuovo. Ecco perché auspico che in queste settimane si torni al merito della storia del PD e del suo presente. Ritrovando la continuità delle nostre radici in queste riforme e verificando ogni possibilità reale di una legge elettorale più coerente con lo spirito di una riforma che vuole rendere la nostra democrazia più trasparente. Cancellando dal nostro confronto interno i rancori e le asperità attuali che non corrispondono ad un confronto politico ma a rivalità e contrapposizioni di gruppo che nulla hanno a che fare con un momento alto come la riforma della Costituzione e con lo sforzo corale che con grande passione il Presidente Napolitano chiese al Parlamento giorno della sua rielezione. Uno sforzo che spetta soprattutto al PD che queste riforme ha promosso e che è figlio della storia che le ha generate.

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