Riforme e Italicum, la strategia di Renzi per andare all’incasso

Legge elettorale
Panoramica dell'Aula durante il seguito della discussione agli emendamenti del disegno di legge per la riforma della Costituzione al Senato, Roma, 2 ottobre 2015.       ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

La minoranza Pd presenta una proposta di legge elettorale? Franceschini propone modifiche? Bene: più si discute, più si blinda quanto già votato

C’ è una parte di sinistra (e non solo) che adora discutere, avanzare proposte, convocare convegni, interpellare esperti, istituire commissioni di studio, e infine predisporre progetti di riforma formalmente perfetti, salvo l’inconveniente di non venir mai approvati. La produzione di proposte a mezzo di proposte è stata, in materia costituzionale ed elettorale, l’attività dominante dagli anni Ottanta in poi: e ogni sconfitta – cioè ogni mancata riforma – veniva compensata dall’impe – gno solenne a riprendere la discussione e dalla convinzione che la (mancata) riforma futura sarebbe senz’altro stata la riforma perfetta.

Matteo Renzi ha rotto questo incantesimo approvando in un paio d’anni sia una riforma costituzionale, sia una riforma elettorale: naturalmente le soluzioni trovate non sono le migliori, né sono state condivise da tutti, ma, rispetto al passato, hanno l’indubbio vantaggio di essere uscite dai convegni e dalle aule parlamentari per approdare alla realtà. Ma ad una parte del ceto politico e intellettuale è sembrato invece che Renzi abbia perfidamente sottratto il giocattolo preferito. E così la discussione è ricominciata – è bene ricordare che l’Italicum è entrato in vigore da appena diciotto giorni, e che la riforma Boschi è ancora in attesa del responso popolare – e le proposte ricominciano a piovere. Ha cominciato Massimo D’Alema, una decina di giorni fa, proponendo una riforma costituzionale «in tre punti» capace, a suo parere, di riscuotere anche il consenso del centrodestra e di essere approvata «in sei mesi».

Ma la sortita dell’ex presidente del Consiglio è sembrata a molti irrealistica anche sul piano della propaganda – l’unico che conti davvero da qui al referendum d’autunno – e non ha avuto seguito. Più frastagliato il fronte della legge elettorale. La minoranza del Pd, com’è noto, non soltanto contesta l’Italicum, ma ne considera necessaria una modifica sostanziale: in caso contrario, è stato più volte annunciato, voterà No al referendum.

Non c’è bisogno di essere un costituzionalista per sapere che il percorso parlamentare per cambiare la Costituzione è lungo e complesso, mentre le leggi elettorali sono leggi ordinarie, non necessariamente legate ad un assetto istituzionale o ad una forma di governo. E infatti ci sono già state in Italia, negli ultimi vent’anni, tre riforme elettorali . Ma tant’è: il virus del cambiamento perpetuo – o per meglio dire la tendenza ad avanzare proposte senza mai tradurle in leggi – non è stato ancora del tutto debellato.

E così oggi Federico Fornaro e Andrea Giorgis, due parlamentari molto vicini a Pierluigi Bersani, presenteranno una proposta – già infelicemente battezzata “Bersanellum” dai giornali – che abolisce il ballottaggio e riduce il premio di maggioranza. La risposta di Renzi c’è già stata: «Se ci sono i numeri in Aula – ave va detto la scorsa settimana a margine del vertice Nato di Varsavia – l’Italicum si può anche cambiare». E l’altroieri Maria Elena Boschi ha ribadito lo stesso concetto: «Se il Parlamento decide di modificarlo perché ci sono i numeri su una proposta diversa, ovviamente il Parlamento è sovrano». Se non di un cambiamento di sostanza, si tratta senz’altro di un cambiamento di toni: non più il “prendere o lasciare” di qualche mese fa, ma una dichiarata disponibilità all’ascolto e al confronto. Del resto, non c’è soltanto Bersani a voler cambiare l’Italicum: anche Dario Franceschini, all’ultima riunione della Direzione, ha proposto una modifica (premio alla coalizione anziché alla lista) che peraltro coincide almeno in parte con le richieste dell’Ncd .

E qui veniamo al punto di fondo: più passa il tempo, più aumenteranno le proposte di riforma della riforma, alimentate ormai dallo stesso Renzi. E più aumentano le proposte, più appare difficile, se non impossibile, che davvero si coaguli un accordo politico e parlamentare. In altre parole, è come se Renzi reagisse ai suoi avversari colpendoli con l’arma che costoro vorrebbero usare contro di lui: discutere di riforme, infatti, è il modo più sicuro per non farle. Per difendere le riforme fatte, dunque, è sufficiente aprire un’ampia discussione sulle nuove riforme da fare.

In questo divertente paradosso ha poi un ruolo decisivo il calendario: è tecnicamente impossibile approvare una nuova legge elettorale prima del referendum, persino se Renzi lo volesse e Forza Italia fosse d’accordo. La discussione però è utile a svelenire il clima, a «spersonalizzare» – come stucchevolmente si ripete da settimane – il voto referendario, a mostrare disponibilità e apertura, e ad intrattenere politici e commentatori. Poi a novembre si vedrà: ma dopo il referendum, qualunque ne sia l’esito, si apre una fase radicalmente diversa, e tutte le parole di oggi finiranno, come le tante che le hanno precedute, nei polverosi archivi della cronaca.

 

 

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