Riforme e governo, il merito conta

Referendum
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Dall’inizio della campagna referendaria faccio parte del Comitato per il Sì. Se penso al dibattito in corso sulla riforma mi sembra di vivere in una situazione surreale

Dall’inizio della campagna referendaria faccio parte del Comitato per il Sì, e venerdi ero a Grassina, alla Casa del Popolo, per un dibattito con il giudice procuratore Beniamino Deidda, sostenitore del No. Dibattito molto civile, come si addice a due maturi gentiluomini. Io non credo di aver convinto nessuno a cambiar parere, e credo lo stesso per il mio opponente. Ma non è questo il punto. Il punto è che ancora una volta mi è sembrato, e tuttora mi sembra, di vivere una situazione surreale.

Surreale prima di tutto perché mentre noi fingiamo di credere che il referendum sia sulla riforma costituzionale, a tutti è evidente che il referendum, piaccia o non piaccia (a me, come a Deidda, non piace) è invece su Renzi: e, si spera, non sul personaggio, ma almeno sulla sua azione di governo. Surreale, perché mentre parliamo dell’articolo 70 e di quanto sia farraginoso e scritto male, intorno a noi succedono cose che ci dovrebbero imporre una economia di scala, nel vedere le cose.

Surreale, perché non è possibile isolare il voto sul referendum costituzionale dal contesto politico, come se la nostra “bella Costituzione”, davvero fosse stata calata dallo Spirito Santo e non portasse anch’essa, come dev ’essere, le stigmate del suo tempo e del momento in cui fu concepita e in cui fu scritta. Allora proviamo ad uscire dalla bolla in cui ci siamo sigillati, e a parlare di quello che nei dibattiti sulla riforma costituzionale non si può o non si vuole dire.

Renzi, il governo Renzi. Che all’operato del governo Renzi non venga riconosciuto il suo carattere oggettivamente progressivo e di sinistra, è cosa di cui non riesco a capacitarmi. E infatti: è di sinistra o no, aver portato il Pd nel gruppo socialista europeo (la “ditta”non aveva mai osato). È di sinistra o no aver formato un governo per metà di donne?. È di sinistra o no aver fatto approvare la legge sulle unioni civili, un provvedimento che aveva visto fallire politici del calibro di Prodi e della Bindi? (e anche qui, un paradosso: la signora Appendino che, a Torino, s’inventa la raffinatezza di un assessorato “alle famiglie”, non “alla famiglia”, dopo che M5S aveva votato in Parlamento contro la legge). Ed è merito del governo, o no, il planetario successo dell’Expo? La nomina di persone come Cantone all’Anticorruzione e di Boeri all’INPS? È di sinistra o no la politica sui rifugiati e i profughi, in cui siamo l’unico paese europeo, ormai, a difendere i diritti dei diseredati della terra? E ad avere il coraggio di dimostrare che i morti meritano sepoltura, rivendicando un principio che non è neppure politico, ma di pura umanità (Dal dì che nozze e tribunali ed are/ dier alle umane belve esser pietose/di sé stesse e d’altrui, toglieano i vivi/a l l’etere maligno ed alle fere/i miserandi avanzi che Na tu ra /con veci eterne a sensi altri destina…: non ci dice più nulla il Foscolo dei Sepolcri?).

E che dire di altre disposizioni, come quelle della legge “Dopo di noi”, delle norme di contrasto al caporalato, o il programma di CasaItalia, che ha il merito coinvolgere nella cura del bene comune un maestro come Renzo Piano? Che tutto questo venga disconosciuto, soprattutto da una sinistra soi- disantdura e pura, mi pare incredibile. Certo la Buona Scuola e il Jobs Act hanno toccato nervi scoperti. Ma seicentomila precari della scuola non se li è inventati il governo Renzi: sono il frutto di scelte non fatte e di metodi di reclutamento sbagliati (e avendo lavorato per dieci anni nella SSIS, ho toccato con mano le difficoltà di far passare una formazione degli insegnanti seria, in un mondo fortemente resistente a procedure valutative). E non credo che si possa separare la flessibilità introdotta dal Jobs Act da una politica complessiva di tentativo di sblocco del mercato del lavoro, dove è ormai chiaro che le leve efficaci sono altrove, in Europa: u n’Europa nella quale mi risulta che solo il governo Renzi abbia l’ardire di contestare l’austerità e il fiscal compact.

Economia di scala: ovvero, cercare di mettere le cose in prospettiva. Allora, quando sento parlare di pericoli di «deriva autoritaria», mi viene fatto di pensare che sì, quel pericolo c’è, e anzi è già in atto. Perché quando il più potente uomo del pianeta, il Presidente degli Stati Uniti d’America, viene eletto col 40% dei voti, e il 60% dei cittadini americani se ne sta a casa; quando alla Brexit NON vota il 62% dei giovani; quando il sindaco della città capitale del nostro paese viene eletto con il 64% dei suffragi –oh sì! –ma il 64% del 50.19% dei cittadini romani…di che cosa stiamo parlando? Questa sì che e una deriva autoritaria, che è una crisi della democrazia: quando la politica viene governata dalla maggioranza silenziosa degli assenteisti. E forse è di questo che dovremmo parlare, e chiederci se in questa disaffezione apparentemente passiva, ma che in realtà corrode aggressivamente alle basi il sistema democratico, non abbia la sua parte, per l’Italia, un sistema legislativo farraginoso, inefficace, deludente, una politica di veti incrociati e di patologica fragilità istituzionale, l’opacità del palazzo .

Contesto. Non ho osato porre al civilissimo e garbato giudice Deidda la ovvia domanda: «Ma Lei, giudice, va in piazza con Salvini?». Non gliel’ho posta per rispetto, e perché sapevo la risposta: «Che c’entra?». Risponderebbero che di fronte ad una riforma inaccettabile, nata male, scritta peggio, sbagliata, che viola i principi della convivenza comune eccetera, se per altri motivi altri votano nella stessa maniera, non si può comunque cedere. E allora si sarebbe daccapo, e non si finirebbe più. Pure, mi farebbe piacere vedere, nella marmorea fermezza delle “persone per bene per il No”, una scalfittura, non dico u n’incrinatura. Perché se a me fa un po’senso votare insieme a Verdini, vorrei vedere almeno un’esitazione, un fremito di ciglia, in chi si accinge a votare insieme con i fascisti nostrali e planetari, dalla Santanché a Orban, da Salvini a Brunetta a Grillo (il quale ha finalmente gettato la maschera, amici grillini di sinistra), e ultimo ben arrivato Trump, Presidente del mondo libero accolto trionfalmente dalla Duma e dal Ku-Klux-Klan. E invece, se azzardo un qualche ragionamento simile, vengo redarguito come un fanciullo che non capisce la ‘bellezza della nostra costituzione Repubblicana’–da difendere contro ogni stupro renziano. Beninteso, una Costituzione che sarebbe stata tranquillamente riformata sopra le nostre teste se Berlusconi non si fosse adombrato per l’elezione di Mattarella, non avesse rotto il patto del Nazareno, e non avesse così fatto mancare alle Camere riunite quella maggioranza dei due terzi che avrebbe escluso il ricorso al referendum –un referendum, vorrei ricordare, ora così intensamente ovunque dibattuto solo perché il Sì (non il No) ha raccolto le firme necessarie per poterlo celebrare, ultimo tocco surreale di tutta la vicenda.

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