Ricostruzioni patchwork

Terremoto
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Il patchwork delle ricostruzioni dal 1500 ad oggi: da Ferrara a Noto, da Reggio e Messina al Belice, dal Friuli all’Irpinia, dall’Emilia alla Lunigiana a L’Aquila. Storie vergognose e Regioni che hanno fatto l’impresa

Il nostro archivio storico delle ricostruzioni dopo terremoti devastanti è un patchwork, tante tragedie e altrettante ricostruzioni come pezze scollegate tra loro, un fai da te in ogni territorio e senza alcun criterio. La memoria include tanti file con storie di finte ricostruzioni, di progetti falliti sul nascere, di promesse infinite a generazioni di terremotati che hanno ereditato baraccopoli centenarie trascitate fino ad oggi, tecniche antisismiche applicate per la prima volta al mondo cinquecento anni fa ma subito dimenticate, ricostruzioni modello dopo stragi immani. Tante volte nella nostra storia avremmo potuto imboccare come paese la strada della prevenzione, ma lo abbiamo fatto solo in alcune enclave che dimostrano la possibilità di farcela.

1570 l’antsisismica di Ferrara

La prima ricostruzione al mondo resistente alle scosse sismiche risale al dopo 16 novembre del 1570 quando un brutto terremoto rase al suolo Ferrara. Il duca Alfonso aveva a corte, con l’incarico di antiquario, l’architetto napoletano Pirro Ligorio, il successore di Michelangelo nella direzione della Fabbrica di San Pietro, e gli affidò il progetto. Anche Ligorio aveva rischiato di morire sotto le macerie e così descrisse la notte che lasciò sotto i crolli oltre 2000 vittime: “Scosse dunque la città grandem e n te…smosse le mura delle case, cascarono merli et camini con tanta rovina che pareva che ’l cielo cadesse et la terra insieme mancasse…pareva che la terra, ad uso di onda di mare, si muovesse et si gomfiasse et piegasse l’edifi – cii con molto strepito et scussione che infranse ogni edificio per tutta la città…”. Ligorio costruì le prime case antisismiche sul disegno che troviamo nel suo “Trattato de’ diversi terremoti”. E’ un edificio di pietre e mattoni, articolato in vani, con tutti gli angoli e l’esterno con poderosi rinforzi e doppie arcate di mattoni con chiave di volta lapidea a protezione delle aperture sottostantiRifece Ferrara con criteri ripresi dalle resistenti opere di epoca romana, e lasciò scritto per noi posteri: “Così, dunque, sicurissimi sono negli edificii gli archi di tegole bipedali, et quando sono doppii sono assai megliori, sopra delle porte, delle fenestre et dell’altri vani… Giovano li rinforzi delle parastate delle cantonate per che queste serrano et tengano insieme li cantoni delle pariete. Tutti li muri di lateritia, o terra cotta, fatti perpendicolari, sono più forti et più stabili, et meglio resistono all’impi – tuosi scontri delli portentosi muovimenti…i muri lateritii ricevono minor danno sendo ben ligati, tengono per più perpetuo, per che resiste alle dette percosse et al fuoco et al tempo”. La sua ingegneria razionale ha anticipato di quasi due secoli l’evoluzione del dibattito scientifico settecentesco, ma non si faceva troppe illusioni: “Forsi un giorno potrà giovare a un altro secolo”

1693, in Sicilia l’ant isismica borbonica

Il Sud dei Borboni diventò un laboratorio europeo di antisismica seicentesca e settecentesca. Iniziò la Sicilia dopo l’ecatombe del 9 e 11 gennaio 1693 quando due violentissime scosse distrussero più di 70 centri abitati nella parte orientale, fra queste Catania, Augusta, Siracusa, Noto e Ragusa. Una frustata del X grado della Scala Mercalli sfarinò completamente la Val di Noto provocando oltre 39.000 morti, di cui 16.000 nella sola Catania che allora contava solo 24.000 abitanti. Il governo spagnolo organizzò un piano che prevedeva anche delocalizzazioni di città, tra proteste locali e compromessi con i proprietari terrieri. Noto fu ricostruita contro il volere della popolazione a 12 km di distanza dal sito fondato nel V secolo a.C., su terreni di proprietà del vescovo. Il principe Carlo Maria Carafa Branciforti fondò su un suo feudo la “città ideale”di Grammichele con nuove simmetrie e geometrie a impianto rinascimentale. Da quell’enorme e caotico cantiere che fu per decenni tutta l’area colpita, si formò anche lo straordinario volto barocco dei paesi siciliani. Quella ricostruzione con criteri antisismici segnò una svolta tecnica e culturale: dietro l’aspetto estetico e formale, la bellezza di spazi e architetture nuovi, non c’erano più fragilità e vulnerabilità. Diversi palazzi ricostruiti a Catania mostrano ancora oggi i loro grossi pilastri angolari che sono monumenti all’edili – zia duratura.

1783, Mezzogiorno Sicuro

La seconda pianificazione urbanistica antisismica su vasta scala fu definita dopo la devastazione del 5 febbraio del 1783 quando un terremoto sconquassò per tre interminabili minuti di terrore l’intero Mezzogiorno, uccidendo nella sola Calabria altre 30.000 persone anche di fame e stenti. Solo il 14 febbraio, infatti, quando la fregata Santa Dorotea attraccò nel porto di Napoli, il messo portò il dispaccio con la tragedia al Sud al re borbone. Ferdinando IV nominò suo vicario generale per le Calabrie il tenente generale Francesco Pignatelli al quale dobbiamo un programma di ricostruzione che resta, per molti aspetti, un modello di efficienza. La Calabria centro-meridionale era u n’unica estesa rovina e i Borboni tentarono la ricostruzione con il rispetto delle regole edilizie di un secolo prima. Le popolazioni furono alloggiate in baracche dichiarate impignorabili, partì una ciclopica opera di ripristino di vie di comunicazione, mulini, forni, magazzini. Pignatelli, sulla scia di quanto era stato fatto di buono in Sicilia, rilocalizzò più di trenta centri urbani che erano sulle faglie più pericolose e tra questi Reggio, Palmi, Bagnara e Mileto. E le risorse? Nel giugno 1784, il ministro Caracciolo avviò gli espropri dei beni terrieri “non produttivi” della chiesa e dei latifondi baronali, fatti confluire nella “Cassa Sacra”. Dall’amministrazione e dalla vendita di quel patrimonio, i Borboni volevano finanziare la ricostruzione e la poverissima economia calabrese. Scelti però i nuovi siti, commissionati i progetti urbanistici per le città sicure, non avevano fatto bene i conti con la forza delle strutture feudali, il baronaggio, i grandi proprietari terrieri, il potere ecclesiastico. Solo per otto città iniziarono i cantieri (Briatico, Mileto, Polia, San Leo, Filadelfia, Bianco, Cosoleto e Palmi) ma rimasero miseramente incompiuti. I Borboni promulgarono però in tutto il regno il regolamento urbanistico con regole antisismiche rigidissime, primo esempio di organica legislazione antisismica della storia italiana: dalla scelta dei siti dove edificare i paesi distrutti all’altezza massima degli edifici, dalla larghezza delle strade alle tecniche strutturali.Ma subirono molte varianti locali. Il Senato di Messina, ad esempio, affidò ad Andrea Gallo, erudito e accademico, la “rifa – brica della città” con un progetto simile a quello di Giovan Battista Mori per la ricostruzione di Reggio ma con regole ben diverse da quelle borboniche, senza rispettare la qualità dei materiali o le modalità di esecuzione dei lavori o le proporzioni fra strade ed edifici. Per fare in fretta e spendere meno, si costruiva e si riparava alla buona. E quando la Commissione della Regia Accademia di Napoli, fu inviata “nella desolata Calabria” per verificare lo stato di avanzamento, dopo un anno di indagini a tappeto, denunciò nel al re: “Avvezza la popolazione di Reggio e della provincia alle scosse di tremuoti, sembra ad ognuno che avrebbe dovuto pensare ad un modo onde formare le case in guisa che le parti avessero la massima coesione e il minimo peso. Or qui si vedeva precisamente il cont r a r i o…». Un documento che potrebbe essere stilato nell’ultimo cinquantenn i o. I Borboni fecero però un mezzo miracolo ma la felice stagione di prevenzione che se applicata poteva salvare qualche centinaia di migliaia di italiani morti sotto i crolli, venne cancellata brutalmente nel 1854 dal governo piemontese. Ne fece le spese anche lo Stato Pontificio. Papa Pio IX, dopo il terremoto che fece a pezzi Norcia nel 1859. L’Umbria faceva parte dello Stato Pontificio e fece adottare per rifare la città le normative borboniche. Ma dopo un anno l’Umbria passò ai Savoia che le considerarono un “inutile aggravio di spese per l’e dilizia”. La memoria veniva di nuovo resettata per gettare le fondamenta di un secolo e mezzo di disastri accumulati.

1908, il Big One dello Stretto

Il Big One fece saltare il Sud e in particolare lo Stretto tra Messina e Reggio Calabria il 28 dicembre 1908. Il numero delle vittime oscillerà per sempre tra 80 mila e 200 mila, la cifra più attendibile è di 120.000 morti. Alle 5.20 ci fu un rombo potentissimo e poi il rumore delle vibrazioni e quindi i crolli. La scossa, fortissima, durerà 31 secondi e causerà la più grande catastrofe italiana. Raggiunse i 7,1 gradi della scala Richter, 11- 12 della scala Mercalli, il quarto evento catastrofico planetario del secolo. Messina e Reggio furono completamente distrutte. Al buio e sotto una pioggia torrenziale, decine di migliaia di feriti e gente impazzita dal dolore e dal terrore iniziarono a fuggire senza sapere dove. Gaetano Salvemini era tra loro. Si era salvato aggrappandosi a un davanzale. Insegnava storia contemporanea all’Ateneo e sotto le macerie perse la moglie, i cinque figli e la sorella. Era però pronto un altro inferno. Ci furono esplosioni accompagnate da vampate di fuoco. Era il gas che fuoriusciva dalle tubature squarciate e faceva divampare fuochi ovunque, mandando rapidamente in fiamme ciò che restava degli edifici di legno. Chi poteva correre, cercò sul litorale la naturale salvezza. Ma il mare diventò la terza trappola mortale. I primi che lo raggiunsero videro le acque improvvisamente ritirarsi di oltre duecento metri. Terrore puro. Pochi minuti, e quattro colossali ondate si abbatterono sulla spianata di San Ranieri. Il muro d’acqua spazzò via tutto quello che il terremoto e il fuoco non avevano distrutto. Lo tsunami travolse le zone costiere con ondate alte dai 6 ai 13 metri. Inghiottì e fece perdere ogni traccia di migliaia di corpi, risucchiò gli scampati ammassati sulla riva, trascinando barche e navi all’ancora come fuscelli. L’Italia intera era sotto choc. I giornali rilanciarono le immagini delle città distrutte. Fu la prima catastrofe ‘pa – trio ttica’ che suscitò nel giovane Stato liberale una solidarietà senza precedenti, ma i soccorsi per giorni erano inesistenti. I primi a raggiungere le zone colpite furono i marinai sovietici con le scialuppe delle loro navi impegnate nelle esercitazioni nel Mediterraneo. Poi i giornalisti. Gli articoli degli inviati, con foto e illustrazioni agghiaccianti, fecero il giro del mondo con scene strazianti, morti e feriti, orfani, ritardi e disorganizzazione, sciacallaggio. Ma amplificarono anche i tanti episodi di eroismo dei soccorritori. L’edilizia ultrafatiscente aveva aumentato i costi umani e sociali. L’11 gennaio 1909 Goffredo Bellonci, inviato del Giornale d’Italia, scrisse: “A guardare queste case di tre e quattro piani, edificate su fondamenta malcerte, di pietre piccole, di canne e di piccoli travi tenuti insieme da una calce che crea barriccio, ricorre piuttosto alla bocca la parola suicidio”. Vittorio Emanuele III fronteggiò la più terribile delle tragedie inviando tendopoli militari e poi facendo costruire 3.600 baracche intorno ai centri urbani, quartieri di legno finanziati anche da altri paesi chiamati: Americano, Lombardo, Svizzero, Tedesco, Regina Elena. Quando si passò alla ricostruzione vera, contro l’ipotesi di rilocalizzare Messina e Reggio in zone più sicure, si rischiò la rivolta. Abbandonata l’idea, tornarono in vigore le ordinanze antisismiche di Ferdinando IV di Borbone. Due commissioni di esperti studiarono tutti gli “accorgi – menti antisismici” e incentivi ai privati in tutto il Regno e il Regio Decreto del 18 aprile 1909 n.193 escludeva costruzioni “in siti inadatti come terreni paludosi, franosi o molto acclivi”, consentendole solo con “muratura armata, muratura squadrata e listata, telai, cordoli, sbalzi, strutture non spingenti”. Venivano limitate le altezze, sotto il limite borbonico dei 10 metri, vietate le sopraelevazioni per non sovraccaricare gli edifici, ordinata la larghezza minima di 10 metri delle strade. Ma tra deroghe e aggiustamenti, alla fine zero carbonella. Anzi, l’esatto contrario. Ma il re fece di più. L’Addizionale per Reggio e Messina e l’aumento delle tasse ferroviarie avevano rastrellato una cifra colossale per rifare le città, ma solo un decimo venne utilizzato per ricostruirle.

1968 Belice, la vergogna

Il pilota di un aereo militare impegnato nella ricognizione sul Belice dichiarò di aver visto “uno spettacolo da bomba atomica, ho volato su un inferno”. Era il 15 gennaio del 1968, il giorno dopo la scossa, nessuno sapeva cosa era accaduto nella Sicilia occidentale. I giornali del giorno dopo riportarono notizie di qualche ferito e qualche casa lesionata. Ma i primi soccorritori, volontari e forze dell’ordine che per giorni rimasero soli, si trovarono di fronte a strade sprofondate, case in tufo sbriciolate, 370 morti soprattutto bambini, un migliaio di feriti, 70mila senzatetto e soprattutto donne e anziani, la disperazione dei vivi. Nei giorni seguenti arrivarono gli inviati dei quotidiani e della televisione e raccontarono di paesi rasi al suolo, di superstiti che vivevano in uno stato di totale indigenza nei 14 paesi completamente distrutti: Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale, epicentro del colpo. Altri avevano edifici crollati e lesionati: Menfi, Partanna, Grisi, Camporeale, Chiusa Scafani, Contessa Entellina, Sambuca, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Catalafimi, Santa Margherita. E’ un altro terremoto dell’inerzia dello Stato, dei ritardi nella ricostruzione, delle popolazioni costrette all’emigrazione, dello squallore delle baracche a vita. Ancora a fine 2014, il presidente del coordinamento dei 21 comuni colpiti e sindaco di Partanna, Nicolò Catania protestava: “Tarda ancora ad avviarsi la fase di chiusura della ricostruzione”. Il Belice basta vederlo nella sua struggente bellezza, nell’orgoglio di chi ci vive e nell’aretratezza a cui è costretto. A Santa Margherita di Belice, 6700 abitanti, solo da pochi anni non ci sono più le baracche di lamiera con tetti in eternit e i terremotati dentro. Ma nelle nuove case, in un terzo della città, mancano acqua, fogne, luce, strade

1976 Friuli a prova di scossa

Si contarono 989 vittime, oltre 3.000 feriti, 10.500 case distrutte dopo le ore 21 del 6 maggio del 1976. Bilancio della cannonata sismica che alle 21.06 fece saltare tutta la Regione e scosse mezza Italia con 6.4 gradi Richter e il decimo grado della scala Mercalli. In meno di un minuto, crollarono i centro abitati di Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d’Asio, Venzone e tanti altri paesi della pedemontana, frazioni e casolari di montagna. I soccorsi in Italia, erano sempre e solo un impegno verbale e non esistevano piani di emergenza locali né una organizzazione nazionale, e c’era tutto da inventare in poche ore. I primi soccorritori si muovevano sulla base delle indicazioni fornite dai giornalisti. Zamberletti ricorda: “La verità? Non esistevano piani nemmeno per la scelta delle aree dove localizzare le tendopoli per le migliaia di sfollati e talvolta l’ubicazione era tale da esporre le persone a rischi ulteriori come l’alla – gamento da parte dei fiumi. Da qui nacque l’idea di piani comunali della Protezione Civile, con aree predefinite lontane dai rischi”. L’emozione fu enorme, e la scossa colpì ancora il mondo. L’Italia seguì in diretta tv, per giorni, settimane, la vita tra le macerie, nelle tendopoli, le sofferenze per i morti, il terrore. Il Governo aveva promesso una rapida ricostruzione, ma lo slogan “dalla tenda alla casa” rimaneva sempre uno slogan. Bisognava ricostruire paesi interi con problemi di localizzazione e urbanizzazione. In quel dopo-terremoto, apparve chiaro che c’era bisogno di un capo in grado di guidare le operazioni, muovendo l’in – tera macchina statale e locale. Così, sulla scena della tragedia, il Governo affidò i pieni poteri di comando al Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, con competenze per gli interventi delle forze armate, dei vigili del fuoco, di polizia e volontariato. La stessa unità di comando su scala locale fu poi assicurata ai sindaci. Zamberletti fece cambiare passo e si impegnò in 5 mesi a realizzare 25.000 alloggi prefabbricati. La ricostruzione vera e propria sarebbe durata dai 10 ai 15 anni, ed ha portato alla luce lo straordinario spirito d’iniziativa e di reazione dei friulani che hanno scritto una delle più belle pagine di reazione al sisma della nostra storia. La ricostruzione è stata esemplare accompagnata dalla nuova concezione della Protezione Civile Modello Friuli che metteva gli italiani e la politica di fronte alla possibilità concreta di una svolta nelle zone a rischio verso la prevenzione strutturale. Che è mancata.

1980 Irpinia e Irpiniagate

Il 23 novembre del 1980, alle 19.34, ora di cena e di struscio domenicale, sprofondò il Sud. Una vasta zona della Campania e della Basilicata fu colpita al cuore con violenza impressionante. Si conteranno 2.914 morti, circa 10.000 feriti, 280.000 sfollati, 18 comuni distrutti, 500.000 case crollate per la scossa di magnitudo 6.8 della scala Richter, avvertita in gran parte dell’Italia. A Zamberletti affidarono il compito di far ripartire la macchina dei soccorsi. L’allora Presidente del consiglio Arnaldo Forlani lo nominò commissario straordinario con l’obiettivo di ripetere l’Operazione Friuli. Ma accadde l’esatto contrario. Due giorni, e i soccorsi non arrivavano. “Dov ’è l’es ercito?”, urlava anche Zamberletti. Le condizioni di vita erano bestiali tra cadaveri, feriti, sepolti vivi, manzanza di tutto. A quarantotto ore dal sisma arrivò il Presidente Sandro Pertini. Fu accolto a Laviano dalle proteste e lui ne rimase sconvolto. Quando rientrò a Roma denunciò lo scandalo della lentezza nei soccorsi e della più completa inefficienza dell’apparato statale, accusò il Governo di irresponsabilità e inerzia in un discorso in diretta tv agli italiani: “Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti e le grida di disperazione dei sepolti vivi. E i superstiti presi di rabbia mi dicevano ‘ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti. Voglio rivolgere un appello, senza retorica, che sorge dal mio cuore…, qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutti gli Italiani e le Italiane devono sentirsi mobilitati per andare in aiuto di questi fratelli colpiti da questa sciagura”. Senza troppi giri di parole, ammonì anche sulle possibili speculazioni che avrebbero potuto accompagnare la ricostruzione. La rabbia del Presidente provocò le dimissioni del ministro dell’Interno Virginio Rognoni e la rimozione di alcuni prefetti. Fu quell’appello a far scattare il volontariato. Pochi giorni dopo, scattarono le prime manette per progettisti e costruttori di alcuni palazzi di edilizia popolare sbriciolati. La ricostruzione è stata un’altra vergognosa pagina nazionale. Dal bilancio statale, indagine della Corte dei Conti del 2007, risultano finanziamenti per 32.363.593.779 euro, circa sessanta miliardi di vecchie lire, il valore di anni di manovre finanziarie e non di una ricostruzione da gestire come dio comanda. Molti rivoli confessabili e inconfessabili in tanti casi hanno trasformato quella catastrofe naturale in business e speculazione, e non a caso passa alla storia come Irpinagate, un compendio di opere inutili per decuplicare i costi in nome dell’emergenza, un fiume di denaro che doveva essere interminabile. L’assalto alle casse dello Stato vide 631 municipi beneficiati da fondi che un patto trasversale ha fatto inviare anche ai comuni che il terremoto lo avevano visto solo in televisione.

I terremoti che fecero l’impresa

Dopo l’impresa del Friuli, e dopo aver pianto ancora centinaia di morti e distruzioni impressionanti, altri modelli positivi di ricostruzioni stanno dimostrando che siamo assolutamente in grado di aumentare la sicurezza nelle zone sismiche. Uno di questi è la ricostruzione tra Umbria e Marche nelle aree devastate il 26 settembre del 1997. Furono 11 le vittime, centinaia i feriti, decine di migliaia gli edifici danneggiati con chiese e monumenti crollati o lesionati, 22.604 gli sfollati. L’incubo iniziò nella notte, alle 2.34, l’ora della scossa con epicentro a Colfiorito, che raggiunse intensità 5.6 della scala Richter pari al VII-VIII grado Mercalli. La scossa durò cinquanta secondi in una vastissima area con miriade di frazioncine montanee e una trentina di comuni e tra questi Nocera Umbra, Foligno, Gualdo Tadino, Assisi, e tanti piccoli centri delle due province di Camerino e Urbino. Alle 11.42 una nuova scossa del IX grado della scala Mercalli fece tremare ciò che era rimasto in piedi. Di nuovo nuvole di polvere ed edifici sbriciolati che andavano giù. Ad Assisi fu il dramma. Dentro la Basilica Superiore della chiesa di San Francesco crollò la volta giottesca affrescata e sotto, schiacciati dall’ammasso di macerie, rimasero due funzionari della soprintendenza e due frati francescani. Per qualche anno, sui crinali montuosi, in attesa della ricostruzione, sono vissute tante famiglie in casette di legno e container, anche sotto l’assedio del gelo. Tantissime nonne e nonni non vollero mai essere trasferiti perché “Qui siamo nati e vissuti, e se andassimo via moriremmo subito”. La ricostruzione-modello iniziò subito nelle due Regioni. E’durata circa dieci anni. In Umbria sono stati 11.494 gli interventi edilizi finanziati. Nelle Marche le case ristrutturate furono 3.687. Sono stati restaurati e riparati 2.385 edifici monumentali, 1.336 edifici pubblici, 341 infrastrutture, 213 dissesti idrogeologici. La sinergia tra istituzioni, cittadini e volontariato è stata la chiave della sicurezza ritrovata. Oggi anche la ricostruzione dell’Aquila ha voltato pagina, la città sta rinascendo sicura con quattro anni di ritardo, ed è il più grande cantiere edile d’Europa. Resta però scolpito nella memoria il dramma del terremoto che colpì alle 3.32 del 6 aprile 2009 e fece contare 308 morti e 1600 feriti estratti dalle macerie anche degli edifici più recenti, costruiti su antiche faglie sismiche ma tirati su alla meglio e persino con cemento impastato con sabbia di mare che si sbriciolava tra le mani dei soccorritori. Ben 65.000 furono gli sfollati. Un magnitudo di 5,8 della scala Richter, VIII-X grado della scala Mercalli fece saltare 49 comuni e L’Aquila con il suo centro storico. Da Paganica a Camarda, da Tempera a San Demetrio nei Vestini, da Castelnuovo a Onna trasformata in un cimitero, era una disperazione. Crollò anche la Casa dello studente di via XX Settembre con 8 ragazzi sepolti sotto i cinque piani di nuova costruzione. Era un cumulo di macerie il Palazzo del Governo, così come la prefettura miseramente al suolo. Avrebbero dovuto reggere ma sono diventati il simbolo del terremoto. La ricostruzione si concentrò soprattutto sul “Piano CASE”, acronimo di Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili. Un sistema innovativo per la prima volta messo in atto nel mondo. Niente baracche ma 19 moderne «new town» con 4.600 appartamenti antisismici in palazzi retti da 7.368 «isolatori a pendolo scorrevoli», pilastri che sono meccanismi di acciaio in grado di reggere e tutelare la piastra di cemento del pavimento, attenuando con la loro elasticità l`impatto delle scosse. Modernissime palafitte hitech antiterremoto. Una soluzione che stupì gli esperti di tutto il mondo ma incontrò contestazioni ovunque sul territorio colpito . Restano comunque pro e contro. Tra gli aspetti positivi la tempestività dei soccorsi, l’assistenza alla popolazione nelle tendopoli completate a 4 giorni dal sisma per oltre 36.000 persone, la scelta di offrire alloggi negli alberghi della costa a oltre 27.000 sfollati, l’imme diato avvio dei MUSP (moduli uso scolastico provvisori) per la riapertura delle scuole, la predisposizione dei MAP (casette di legno) per i comuni della provincia, saltando la consueta fase dei container. Tra quelli negativi, lo scarso o inesistente coinvolgimento delle comunità e delle istituzioni locali, il tasso di demagogia e l’uso politico dell’emergenza, la soluzione scelta (CASE) senza nemmeno la cura per le manutenzioni e nell’abbandono totale del centro storico decretando così la morte della città capoluogo, la gestione dei fondi per la ricostruzione. Un altro modello positivo è quello in corso del dopo terremoto in Emilia. Il 20 e il 29 maggio 2012 sulle terre emiliane, sulla carta classificate a basso rischio sismico, la scossa buttò giù molti capannoni industriali e devasto abitazioni. Ci furono 17 morti e 300 feriti, 15.000 sfollati, danni ma un’ottima ricostruzione con criteri molto rigorosi. Oggi sono già 25 su 60 i comuni che hanno completato le opere a dimostrazione di un modello di gestione tra Stato, Regione e sindaci che ha funzion a to. Una bella lezione, come quella di Norcia per l’ultimo terremoto, è stato il dopo sisma del 22 giugno del 2013 in Lunigiana e Garfagnana, zona sismica, che provocò molto spavento ma nessuna vittima né un ferito né un crollo. Eppure, la frustata era stata spaventosa, di 5.2 gradi. Una scossa della stessa intensità altrove avrebbe ucciso e distrutto, ma non in quei paesi che erano già crollati nel sisma del 1995 ma furono rialzati rispettando tutte le sacre regole antisismiche, con rigorosi controlli. I rischi sono diminuiti radicalmente. E hanno gestito criticità inevitabili, soprattutto panico.

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