Ricostruire la Basilica di San Benedetto per ritrovare noi stessi, per ritrovare l’Europa

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The Basilica of San Benedetto destroyed after the strong earthquake in central Italy, Norcia, Umbria Region, 30 October 2016.
ANSA/MATTEO GUIDELLI

C’è qualcosa di immenso e terribile negli eventi della natura quando si abbattono sulle opere dell’uomo

Tutte le sere alle 19.45, puntuale come Kant, attraversava la navata laterale, fino alla porta della cripta, il monaco “con le chiavi”. Chi conosceva questa consuetudine si avvicinava esitante alle scale che portavano alla cripta, ​in un angolo della navata, in quella parte delimitata da un cordone rosso e aspettava. Se era fortunato avrebbe partecipato alla compieta, l’ultima preghiera del giorno dei tredici monaci nella cripta della Basilica di San Benedetto da Norcia, fatta di candele, d’incenso, di canti e di penombra.

Domenica mattina, con ancora l’animo scosso e le pantofole ai piedi, indecisa se vestirmi e scendere per strada, a Roma, o mettere sul fuoco il caffè, simulando a me stessa una finta normalità, come tanti di noi mi son messa a cercare notizie, sui siti, sulle bacheche, su twitter, fino a quella foto, non c’era ancora il nome ma l’ho riconosciuta dal rosone. Unire i punti, Norcia, rosone, Basilica, la compieta, i canti gregoriani alla luce delle candele, i giovani monaci che da poco avevano riportato le abitudini monastiche in quei luoghi, il fianco laterale con le misure e le mie lacrime, non ho potuto far altro che piangere e chissà cos’altro avrei voluto fare.

C’è qualcosa di immenso e terribile negli eventi della natura quando si abbattono sulle opere dell’uomo, la morte degli uomini ci ghiaccia, la morte dei luoghi ci scuote; mi sovveniva l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e persino quel colle attraversato anch’esso da una ferita profonda. L’emozione di quel tardo pomeriggio, con quei tredici monaci che erano tornati lì e facevano pure la birra, buona, molto buona, quante immagini e quanti pensieri, in una domenica assolata d’ottobre.

La Basilica sgretolata di San Benedetto da Norcia, santo patrono della Comunità Europea, con quella facciata in piedi, ostinata nonostante tutto, oggi rappresenta le nostre mille lacerazioni; quelle della cristianità ovvero Europa, o quelle di una cristianità senza Europa? O quelle di noi, sempre meno cristiani e sempre meno europei? Voglio sperare di no.

Siamo una umanità colta di identità miste, noi europei, ed è un ossimoro che ha prodotto un cemento fortissimo che ci fa rabbrividire oggi per una basilica distrutta, simbolo di una difficoltà di trasformazione, di rigenerazione, di riconoscimento che stiamo vivendo tutti.

Macerie di diffidenza da spazzare via o pezzettini di pietra da ricomporre uno ad uno in unità, l’unità di una Comunità necessaria, fatta di mille dettagli diversi, a volte opposti, forte, potente, con fatica, con lavoro artigianale e continuo, per ritrovare noi stessi, per ritrovare l’Europa. Ricostruirla scolpendo anche la data, quella di questa domenica. Non solo com’era dov’era, e il nostro Cesare Brandi approverebbe, ma come potrebbe essere e come sarà, la nostra nuova Europa.

Il monaco con  le chiavi aprirà nuovamente quella porta per farci assistere all’incanto, di essere catapultati in un passato di ottocento anni fa, per rafforzare un futuro, se ne saremo capaci.

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