Renzi, ti sei arreso al Sud?

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Dalle regionali dello scorso anno agli eventi di questi giorni, emerge il sospetto che il Pd faccia troppa fatica a cambiare verso alla politica in una vasta area del Paese

In questi giorni, stiamo avendo la conferma di un sospetto che era sorto già lo scorso anno, in occasione delle elezioni regionali e che ripropone una domanda: Matteo Renzi sta rinunciando a promuovere una nuova classe dirigente proprio laddove il Pd ne avrebbe più bisogno, cioè nelle regioni meridionali?

Il governatore della Campania Vincenzo De Luca durante una conferenza stampa in Regione, Napoli, 11 novembre 2015.  ANSA/ CIRO FUSCO

Nel 2015, il presidente del Consiglio preferì infatti delegare a personalità del calibro di Michele Emiliano ed Enzo De Luca, non certo renziani doc né politici di primissimo pelo, la sfida per la conquista di Puglia e Campania. Sfida vinta, certo, ma al prezzo di ritrovarsi quotidianamente a dover fare i conti con due governatori che sono anche due notabili che pretendono, forti del loro ruolo oltre che della legittimazione che deriva dai voti ottenuti, di avere un ruolo centrale nella gestione del partito nei rispettivi territori.

Oggi la storia sembra ripetersi, anche se con protagonisti e – in parte – con una sceneggiatura diversi. Sempre in Campania, alla candidatura di Antonio Bassolino alle primarie per il sindaco di Napoli, non proprio un simbolo della rottamazione renziana, dal vertice del Pd si è risposto dapprima in maniera scomposta, ipotizzando addirittura una regola che impedisse all’ex primo cittadino di tornare sulla scena, quindi brancolando nel buio fin quasi all’ultimo momento utile per cercare un avversario competitivo.

In una foto d'archivio dell'ottobre 2009 Valeria Valente con Antonio Bassolino davanti al gonfalone del comune di Napoli. I due sono i candidati Pd alle  primarie per la scelta del candidato sindaco della città, 27 gennaio 2016.  ANSA /CIRO FUSCO

I renziani cresciuti all’ombra del Vesuvio, leoni quando si tratta di alzare la voce sui social network, sono fuggiti di fronte alla possibilità di misurarsi per la prima volta con il consenso reale degli elettori. Qualsiasi figura ‘tecnica’ sarebbe stata sacrificata in una contesa ad armi impari. Allora si è preferito ripiegare su una candidatura, quella di Valeria Valente, che oltre ad appartenere a un’area politica diversa rispetto a quella del segretario, discende direttamente proprio dall’esperienza bassoliniana, nella quale ha mosso giovanissima i suoi primi passi in politica.

Nel frattempo, la minoranza candida un giovane ventiseienne, Marco Sarracino, che, se anche riuscisse a sottrarre un solo voto a Bassolino, si sarebbe dimostrato molto più rottamatore di tanti altri coetanei (e non) che acclamano la sfida coraggiosa di Renzi, ma si guardano bene dall’imitarlo. E lui, evidentemente, non ha fatto abbastanza per convincerli a mettersi in gioco.

Contemporaneamente assistiamo in Sicilia a un disarmante scambio di figurine di serie C tra destra e sinistra. Mentre Micciché porta dalla sua parte l’ex dem (ed ex tante altre cose) Francantonio Genovese, imputato per i suoi affari nel campo della formazione, tanti ex cuffariani, lombardiani e berlusconiani stanno salendo sul carro renziano, senza che nessuno faccia niente per fermare o quanto meno arginare questa ondata. Anzi, sono proprio i luogotenenti locali del leader del Pd a farsi artefici dell’operazione.

Giuseppe Falcomatà, candidato del centrosinistra per le comunali di Reggio Calabria celebra la vittoria con i suoi supporter a Reggio Calabria, 27 ottobre 2014. Foto ANSA/F. Cufari

L’unico segnale in controtendenza è venuto dalla Calabria, grazie alle coraggiose candidature di Gianluca Callipo alle primarie regionali e di Salvatore Scalzo a Catanzaro (entrambi sconfitti) e al successo di Giuseppe Falcomatà a Reggio. Il tempo dirà se saranno stati solo spari nel buio o se lì si stanno realmente creando le condizioni per l’emergere di una nuova classe dirigente, dopo i disastri della precedente.

Non è tanto, quindi, il fantasma del Partito della Nazione a dover preoccupare i Democratici, quanto piuttosto il fatto che in buona parte del Paese il Pd faccia troppa fatica a cambiare verso alla politica, adattandosi a vecchi schemi e vecchi metodi che ancora resistono, con i loro protagonisti.

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