Renzi non cambia linea e l’Italicum non si tocca. I malumori senza sbocchi della sinistra

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La novità: Franceschini apre al premio di coalizione, Delrio lo stoppa

Non cambia la linea del Pd, con questa (nervosetta) riunione della Direzione del Pd. Se questo era il suo obiettivo, Matteo Renzi l’ha centrato.

E’ stata una riunione che va letta su più livelli.

Il primo è quello, ormai classico, del duro confronto fra il segretario-premier la minoranza. Con l’abituale tono garbato Gianni Cuperlo ha attaccato a fondo, “caro segretario, così porti la sinistra a una sconfitta storica”, perché “è sbagliato il racconto del Paese” che Renzi ha fatto, sottovalutando – è il leit motiv della sinistra interna – la “questione sociale”, proprio quella questione sociale che invece per Renzi è un fiore all’occhiello del suo governo (“mai si era fatto tanto”). E insomma – ha ammonito Cuperlo – il leader deve “uscire dal talent”, cioè da una raffigurazione delle cose che non corrisponde alla realtà. Sferzante replica: “Gianni, io sono fuori dal talent, da questa vostra rappresentazione macchiettistica”.

Infine, la questione del doppio incarico, per la verità abbastanza laterale in questo dibattito, con Cuperlo che vorrebbe votare il candidato a palazzo Chigi e il segretario: un ticket.

E anche Roberto Speranza ha attaccato il segretario, “tu non hai guidato il partito”, insistendo parecchio sulla preoccupazione per lo stato in cui versa il Pd e il malessere dei suoi aderenti. Speranza ha anche presentato un documento (bocciato a larga maggioranza) che sosteneva la “piena cittadinanza nel Pd anche a chi sostiene il No al referendum”.

Ma la sensazione generale è che le critiche della minoranza (priva oggi degli apporti di Bersani e D’Alema) non abbiano ancora uno sbocco chiaro, pratico: e questo forse è il suo limite.

Renzi sa che la minoranza ha difficoltà a presentare, oggi, una proposta alternativa. Ma non per questo non ha esitato a criticare “l’attacco al quartier generale”, ammonendo sul fatto che la pratica di azzoppare il leader di turno “non funziona”. Ma soprattutto, soprattutto nella replica appassionata (alla fine si commuove pure) il premier ha rivendicato tutto il lavoro svolto dal suo governo, a partire dall’economia e dal lavoro (il jobs act “di sinistra”), insistendo sulla necessità che il referendum passi e tornando a spiegare che in caso di fallimento il governo va a casa (“Il parlamento non è una questione mia…”).

E un “sassolino” il leader se l’è voluto togliere. Sulle banche. Ricordando che quello che si poteva fare negli anni 90 – “Ciampi ministro, Draghi Governatore” –  cioè gli anni di Prodi e D’Alema non fu fatto. E oggi tocca a lui “difendere i risparmiatori”.

L’unico elemento davvero nuovo è stato introdotto da Dario Franceschini, nel quadro di un intervento di apprezzamento per il premier: la possibilità di modificare l’Italicum attraverso un premio di coalizione che terrebbe insieme forze di sinistra e di centro attorno al Pd. Un’ipotesi respinta da un altro ministro, Graziano Delrio, il cui intervento odierno segnala una chiara vicinanza al segretario.

Duro coi grillini Vincenzo De Luca, non senza la vistosa scivolata – criticata un po’ da tutti, anche da Renzi – di quel “bambolina” affibbiata alla sindaca di Roma Virginia Raggi.

Sandra Zampa cita la massima di Arturo Parisi: “Forse abbiamo perso perché ci siamo un po’ persi”, mentre Matteo Orfini e Andrea Orlando, i due leader dei Giovani turchi, sono restati dentro il perimetro delineato dalla relazione con una accentuazione del presidente del Pd sulla necessità di affrontare da vicino la questione del partito.

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