Renzi e l’elaborazione del lutto per il Pci

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Il premier Matteo Renzi in conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi, Roma, 31 luglio 2015. ANSA/FABIO CAMPANA

Dopo il 1989 a sinistra in molti hanno fatto fatica a superare la contraddizione tra la scelta democratica e il sogno rivoluzionario

Nel 1989, ben 27 anni fa, con la svolta della Bolognina il Pci di Occhetto diede inizio al suo processo di autoscioglimento. Alcuni di noi sono ancora lì attoniti, fermi a quell’evento. Fummo tutti lasciati soli di fronte ad un lutto tremendo che si abbatteva su di noi, improvvisamente orfani.

In un solo istante era crollata, come il Muro di Berlino, la prospettiva di una non meglio definita rivoluzione comunista, che avrebbe dovuto sanare ogni ingiustizia. Per oltre 40 anni fino a quel momento, avevamo sopportato con dignità e fermezza l’idea di svolgere solo il ruolo di opposizione, di essere un grande partito di massa con un grande seguito di popolo vivo e virtuoso, sempre fuori dal governo, tenuto in un angolo dalle costrizioni della storia. E noi tutti pazienti e tenaci in vista dell’atteso riscatto futuro, che ci avrebbe ripagato di ogni rinuncia.

Diventammo i difensori più strenui e più coerenti delle istituzioni democratiche, i paladini della Costituzione, di cui esigevamo la piena realizzazione. Dal gioco democratico era esclusa l’alternanza, in compenso era esaltata la potenza costruttiva dell’opposizione. Imparammo di fatto la democrazia, a riconoscerne nei principi e nei diritti le enormi potenzialità, imparammo ad essere liberi e insieme sociali, apprendemmo il linguaggio “moderato” delle riforme, respingendo ogni estremismo parolaio e avversando in modo radicale il terrorismo rosso, oltre a quello nero fascista.

Molti di noi col tempo sono riusciti da soli ad elaborare questo lutto. Altri invece sono rimasti immobili in un equilibrio instabile, incapaci di superare le ragioni del cuore che richiamano un mondo futuro perfetto e felice e nello stesso tempo consapevoli della necessità della democrazia e del suo inevitabile travaglio costruttivo.

I partiti (Pds, Ds, Pd) che sono seguiti alla fine del Pci hanno sempre eluso questa contraddizione, non hanno mai tentato di affrontarla in modo aperto, esplicito. Si è preferito il silenzio, si è preferito fingere che non ci fosse il problema, non si è avuto coraggio. E anche la nostra politica è stata senza coraggio, eternamente sulla difensiva, infeconda, mai in grado di passare a fatti nuovi.

Finalmente nel 2014 c’è stata l’eruzione, i processi reali e la generazione dei più giovani ci hanno fatto varcare quel Rubicone, che avremmo dovuto attraversare già da molti anni. Renzi ed altri non sono altro che segnali di qualcosa che doveva avvenire molto prima. Ci sono però compagni nostri che solo oggi, scambiando il problema con l’avvento di Renzi, in realtà sono alle prese con l’elaborazione tardiva del lutto.

Forse bisogna aiutarli, il partito ha un debito con loro, facciamocene carico, lo dico a me innanzitutto. Bisogna aiutarli ad uscire da quella contraddizione paralizzante, devono decisamente optare per la democrazia, che è già nel loro retroterra e trasformare il sogno rivoluzionario perduto in prospettiva di sviluppo democratico.

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