Renzi deve restare, anzi no: tornano i “dalemoni”

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L’ex premier: “Se cade il governo non è il diluvio”

Lo sappiamo, è proprio quando la situazione si ingarbuglia che Massimo D’Alema dà il meglio di sé. Quando il quadro politico comincia a fibrillare, i leader di turno mostrano segni di nervosismo, il Paese rumoreggia, è allora che l’ex premier fa girare al massimo quelle che Poirot chiama “le cellule grigie”, e lo fa ritagliando origami, stringendo gli occhi, esponendo agli interlocutori le mosse sullo scacchiere della Politica. Imitandolo, a metà dei Novanta, Sabina Guzzanti illustrava ogni settimana i “dalemoni”, i piani dell’allora leader della sinistra. Sembra ieri.

Ci risiamo, dunque. Il momento è favorevole per le architetture strategiche del Nostro, perché effettivamente tutti vedono che il quadro politico si sta agitando, a pochi mesi dal cruciale appuntamento del referendum, e le incognite, si sa, ingolosiscono quei leader sempre alla ricerca di nuovi equilibri. O anche non nuovi, come vedremo.

Quindi D’Alema ha rilasciato un’intervista a Fabio Martini, della Stampa. Tante bordate alla legge Boschi sottoposta a referendum, giudicata poco meno di un obbrobrio, e la prospettazione di una “riforma D’Alema”, imperniata sul superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero dei parlamentari: stessi obiettivi, differenti i mezzi. Possiamo ricordare male ma in tanti anni di elaborazione del testo (a partire dal lavoro dei “saggi” insediati da Giorgio Napolitano, 2012), l’ex capo dei Ds aveva tutto il tempo per predisporre un testo organico e orientare così la discussione. Vabbè.

Comunque la cosa interessante è un’altra, cioè la valutazione politica di un’eventuale sconfitta del governo: “Se vince il No e Renzi insisterà a volersi dimettere, dopo di lui non ci sarà il diluvio, semmai il buonsenso“.

E’ forse la prima volta nella storia che contemporaneamente si giudica nefasto un governo ma se ne scongiurano le dimissioni. Curiosamente D’Alema fa la stessa acrobazia dialettica di Marco Travaglio: Renzi fa schifo ma se perde non se ne deve andare. Compiendo il medesimo errore “soggettivistico”, imputando tutto cioè alla volontà di Renzi. E invece, come avrebbe detto il D’Alema di tanti anni fa (e giustamente), in politica c’è “una forza delle cose” che prescinde dalle volontà dei singoli.

E’ così nel caso del referendum: se la riforma Boschi venisse bocciata dal popolo, al governo non resterebbe che fare le valigie. Non è un capriccio, né una minaccia. Né una valutazione del solo premier, visto che la stessa cosa hanno detto Boschi e Padoan, per fare due esempi.

Ma D’Alema, il cui governo cadde per aver perso un paio di Regioni (dunque per molto meno di un referendum popolare), non se ne dà per inteso: “Se cade questa pasticciata e confusa riforma, il Parlamento non soltanto non potrà essere sciolto ma io credo che ci saranno anche un governo, se necessario, e una nuova legge elettorale”.

Evidentemente qui D’Alema configura uno scenario che in questi giorni in Transatlantico va molto di moda: il governo del dopo-Renzi. Sorge il sospetto che sia questa la vera opzione: un governo tecnico, un governo del Presidente, un governo per la Finanziaria, un governo per le legge elettorale, un governo di salute pubblica, un governo elettorale, e quant’altro si può ricavare dall’inesauribile vocabolario della Prima Repubblica: chi dovrebbe appoggiarlo è secondario. Si confida probabilmente nei soliti parlamentari che non vogliono andare a casa, nelle giravolte di questo o di quello, nell’endemico trasformismo italico… Ma questo è un altro “dalemone”, ancora poco chiaro. Appuntamento alla prossima intervista.

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