Renzi a Verona, la politica che sa sognare

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Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, durante il suo intervento dal palco del teatro 'Ristori' a Verona, per la tappa scaligera del tour 'Cento città', Verona, 10 ottobre 2015. ANSA / SIMONE VENEZIA

Oggi l’unica possibilità che ci viene presentata è quella di cogliere l’attimo, di accontentarsi del presente, di godere tutto e subito. Al contrario, sognare significa anche saper attendere.

Se c’è una parola che la politica usa troppo poco quella parola è sogno. A richiamarla, oggi, Matteo Renzi che in conclusione del suo intervento al Teatro Ristori di Verona, gioiello della prima metà dell’800, ha citato una canzone della rock band toscana Negrita “Ho imparato a sognare”.

Può essere una canzone un manifesto politico? Forse no, ma può certamente raccontare quella linea immaginaria che divide due generi di persone: chi è capace di sognare e chi invece non è dotato di questa facoltà. Con i secondi (forse) meglio preparati nell’affrontare i duri colpi della vita e i primi (forse) anche se conteranno le scottature delle proprie disillusioni, accompagnati da quella componente, la capacità di sognare, che li aiuterà a rialzarsi in ogni circostanza.

Ho imparato a sognare, / quando inizi a scoprire / che ogni sogno ti porta più in là / cavalcando aquiloni / oltre muri e confini / ho imparato a sognare da là / Quando tutte le scuse per giocare son buone / quando tutta la vita è una bella canzone / C’era chi era incapace a sognare / e chi sognava già

Il significato generale di Ho imparato a sognare è un invito a non rinunciare ai propri sogni, a perseguirli con forza e determinazione qualunque essi siano. Un’ esortazione a non rinunciare all’atto stesso del sognare e del creare sogni anche se di difficile realizzazione. Già perché i sogni non sono un’assicurazione, non portano a una strada sicura e lineare. Un sogno per volta, un passo dopo l’altro, non senza fatica, senza interrogativi ma con fiducia.

E’ questa la scommessa della politica per come la intende Renzi, un mezzo, non un fine, un attestato di fiducia non su carta bianca (o per schieramenti ideologici) ma l’ambizioso sogno, che si fa progetto politico, di (ri)portare l’Italia dove si merita di stare.

Oggi l’unica possibilità che ci viene presentata è quella di cogliere l’attimo, di accontentarsi del presente, di godere tutto e subito. Al contrario, sognare significa anche saper attendere. Ogni grande sogno ha bisogno di tempo e di pazienza, di fiducia e di speranza nel domani.

Così la politica per avere un senso deve imparare a sognare, perché la capacità di sognare è essenziale per vivere, per crescere, per costruire la propria identità. Chi non sogna non osa, non sceglie, si chiude al futuro e “muore” lentamente.

“L’umanità ha bisogno di persone d’azione, ma ha anche bisogno di sognatori” diceva Marie Curie, ne ha bisogno anche la politica e chiunque di noi vi si avvicina deve conservare la capacità di fare sogni grandi senza rassegnarsi ai professionisti del “no”.

Le note dell’armonica e delle chitarre dei Negrita esaltate dall’acustica perfetta del teatro scaligero fanno da preludio alle parole di un testo che (forse) non è un manifesto politico ma è sicuramente un promemoria rispetto a quel sogno inteso come capacità di restituire dignità alla politica, come capacità di avere un progetto alto, una passione, un entusiasmo. Il Partito Democratico, lo spazio politico nel quale noi ci impegniamo, sarà capace essere la casa di chi – per dirla come i Negrita – ha imparato a sognare, o sognava già, se sfiderà le ragazze e i ragazzi a portare le idee.

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