Regeni, un caso per l’Europa

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Paola Regeni in occasione di una conferenza stampa al Senato, Roma, 29 marzo 2016.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Senza distinzioni o divisioni di partito, sarebbe bello se l’Italia scendesse in piazza e manifestasse per non lasciarlo solo, di nuovo

Se l’Europa non è un’opinione, se non è un palazzo che di trasparente ha solo i vetri delle finestre, se vuole essere un territorio di diritti e non solo di prescrizioni allora forse Bruxelles deve svegliarsi, sul casoRegeni. Quel ragazzo, un ricercatore nato in Italia, era un cittadino europeo.

Forse non si capisce di cosa si sta parlando, quando si analizzano i dati che via via emergono sulla morte di Giulio. Forse siamo ormai talmente abituati a tutto che tutto ci sembra uguale. L’ultimo selfie di Kim Kardashian ha, in fondo, sui siti e sui social network, uno spazio poi non tanto dissimile a quello di tragedie che dovrebbero scuotere la coscienza dei contemporanei. Viviamo in una strana stagione informativa, in cui, in fondo come all’inizio del novecento quando la stampa era bambina, sembrano appassionare le moderne sedi del flusso comunicativo prevalentemente le notizie del tipo “strano, ma vero”, come le mirabilie di gatti e cani, strani pesci mostruosi, gol rocamboleschi, litigi televisivi, pappagalli che interrompono cronisti in diretta, liste di proscrizione da sbirciare come comari di paese e chi più ne ha più ne metta.

L’opinione pubblica sembra tornata bambina, con l’irritabilità violenta e la disponibilità a dimenticare tipica dell’adolescenza. Quello che mi spaventa è che tutto sembri uguale. Che non ci si fermi un momento a riflettere, con dolore e rabbia, sulle ultime ore di quel ragazzo, solo, in mano ad aguzzini.

La tortura. Questa parola io la conosco da sempre perché mio nonno fu portato a Via Tasso e lì torturato undici volte dai nazisti. Non parlò, non rivelò quello che le SS volevano sapere. Quando uscì era un uomo distrutto, fisicamente e moralmente, e morì pochi mesi dopo. La tortura: pensavamo fosse finita, nel mondo fatto di valori condivisi, con la banda Koch o con le barbarie consumate nelle carceri staliniane. Invece è qui, tra noi, nel magnifico duemila dei telefonini e delle automobili senza guidatore.

Ci rendiamo conto del significato di questa parola? La tortura ha riguardato un ragazzo del nostro tempo. Che è stato tenuto per giorni in balia di belve inumane che lo hanno massacrato. “Sette costole rotte, segni di scariche elettriche sul pene, ferita da traumi su tutto il corpo e un’emorragia cerebrale”, hanno scritto i giornali dopo l’autopsia fatta in Egitto. Altri hanno raccontato delle bruciature provocate da sigarette e dei segni di colpi inferti con bastoni. Giulio Regeni deve aver sofferto in modo indicibile, solo, nelle mani di persone che forse rappresentavano lo Stato egiziano, o brandelli di esso.

È terribile pensare al dolore di quel ragazzo, sequestrato e portato a morire due volte. La prima quando il suo fisico non ha retto più. La seconda con una morte prolungata, che non finisce. Su di lui, sul suo martirio – di questo si tratta – le autorità egiziane hanno innestato un’infame spirale di bugie, persino di calunnie. Lo hanno continuato ad uccidere, torturandolo ancora, con le bugie e i depistaggi. Nella conferenza stampa tenuta con Luigi Manconi – che non smette mai la sua bella battaglia civile sui diritti umani – la madre di Giulio ha detto la frase più forte e vera che si potesse pronunciare. Ha detto: «sul suo volto massacrato c’era tutto il male del mondo».

Non lasciamo solo di nuovo Giulio. Non lasciamo soli i suoi genitori, i suoi amici e le organizzazioni umanitarie, non lasciamo sola la Procura di Roma che agisce con forza e fermezza, il governo che ha avuto il coraggio di fare un gesto, il richiamo dell’ambasciatore, che non ha molti precedenti. Non si spengano le luci, complice il tempo che passa, su quella vita martoriata.

Mi piacerebbe che Renzi facesse un gesto formale, ora che l’atteggiamento della autorità egiziane è venuto alla luce in tutta la sua doppiezza, verso gli altri premier degli stati europei e verso i vertici della comunità perché si assuma una forte iniziativa verso l’Egitto. Giulio Regeni era un cittadino europeo. Nessuno lo dimentichi.

Un’ultima cosa: viene pubblicata, ogni tanto, una mia foto con Pier Paolo Pasolini. Ricordo l’occasione in cui fu scattata. Eravamo a Piazza di Spagna per manifestare, ci ritrovammo in migliaia, contro il regime di Franco che aveva barbaramente torturato con la garrota un giovane antifascista, un anarchico catalano che si chiamava Salvador Puig Antich. So che, nel cinismo contemporaneo, si dileggia come una consuetudine vintage l’utilità e l’importanza del ritrovarsi per manifestare. Si ritiene basti un tweet rilasciato da casa per aver assolto al tributo dovuto alla propria vera o pelosa indignazione. Io penso invece che se, in questi giorni, succedesse un miracolo questo peserebbe.

Sarebbe bello se in Italia, il suo paese, decine o centinaia di migliaia di persone si ritrovassero insieme per dire che noi non ci stiamo, che Giulio ha diritto alla verità, che tutti noi non possiamo accettare né la tortura delle bastonate né quella dei depistaggi. Sarebbe bello se una o mille manifestazioni fossero indette ovunque da tutti i partiti – non importa se di maggioranza o di opposizione – e da movimenti, organizzazioni, circoli, giornali democratici e per qualche ora si ritrovassero insieme valori che non possiamo non condividere, perché sono alla base della nostra civiltà e della nostra umanità. Sarebbe bello se la memoria di un ragazzo solo, torturato e martirizzato fosse, per una volta, più importante delle divisioni e delle furbizie di parte. Sarebbe bello che l’Italia, unita, si fermasse e si ritrovasse per un suo figlio straziato.

Sarebbe bello. E giusto. Per Giulio Regeni. Italiano, europeo. Perché non sia solo, almeno ora.

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