Referendum trivelle, le bugie della propaganda per il Sì

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Per l’energia non bastano risposte ideologiche, né credo sia politicamente corretto consigliare l’astensione

Intervengo nel merito del dibattito, riguardo il referendum abrogativo del 17 aprile. La premessa fondamentale è che non ci esprimeremo sulla possibilità di bloccare tutte le trivellazioni dei nostri mari, bensì solo sul non rinnovare o meno le concessioni già in essere. Le concessioni sono permessi rilasciati dallo Stato a una compagnia, per sfruttare secondo regole ben definite una determinata risorsa mineraria in una località specifica. La risorsa mineraria è proprietà dello Stato e le compagnie pagano tasse e royalties in proporzione a quanto estraggono e al profitto che ne ricavano (in Italia circa il 7% del loro valore contro l’80% richiesto da Norvegia e Russia).

Analizziamo schematicamente le principali conseguenze dei due voti possibili.

In caso di vittoria del Sì non verranno rinnovate le concessioni in essere, alcune comunque valide per ancora vent’anni, e verranno così bloccati investimenti importanti che metteranno a repentaglio migliaia di posti lavoro (come denunciato dal comparto chimici Cgil, schierato in buona parte a sostegno del No) e un settore, quello delle perforazioni, in cui l’Italia è tra i principali player mondiali grazie all’eccellenza del polo di Ravenna, che tra lavoratori diretti e indotto garantisce lavoro a quasi 7000 persone. Il blocco dei rinnovi, inoltre, porterà a minori introiti dalle royalties e aumenterà il fabbisogno nazionale di import di fonti fossili, senza provocare alcun effetto immediato, ma a ben vedere neanche sul lungo periodo, di affrancamento dai combustibili fossili.

In caso di vittoria del No le compagnie potranno chiedere il prolungamento delle concessioni in essere previa Valutazione Impatto Ambientale, aggiornare le tecnologie produttive e di sicurezza ambientale ed estrarre fino a esaurimento dei giacimenti.

Un appunto anche sul rischio incidenti: certamente la riduzione del numero di giacimenti attivi ne riduce la probabilità, ma è bene sottolineare che dal 1950 ad oggi in Italia non si è mai verificato un incidente su piattaforma offshore, ma solamente due su piattaforma onshore (nel 1950 a Cortemaggiore e nel 1994 a Trecate). Più in generale il tema dell’impatto ambientale di ogni impianto energetico è assai articolato e non banale.

Queste in sintesi le principali ripercussioni pratiche in base all’esito che uscirà dalle urne elettorali; tuttavia è evidente che esiste un valore simbolico che i comitati per il Sì stanno cavalcando cercando di trasformare, anche comprensibilmente e con un positivo afflato culturale, il referendum in una campagna tout court contro le fonti fossili.

Il tema dell’approvvigionamento energetico e del mix delle fonti è di prioritaria importanza per la sua valenza economica, occupazionale, ambientale e geopolitica e, più in generale, il capitolo energia necessita di una visione centrale di ampio respiro, come evidentemente ritenuto anche dal Governo e dal Parlamento che nell’ambito della riforma costituzionale del ddl Boschi l’hanno, finalmente, inserito tra le materie di legislazione esclusiva statale cercando di mettere fine all’anomalia tutta italiana che una tematica così strategica fosse affrontata diversamente da ogni Regione.

L’impegno politico di progressivo affrancamento dalle fonti fossili deve essere massimo essenzialmente per due motivi: la loro combustione rilascia in atmosfera CO2, componente tra le principali cause del surriscaldamento climatico e la loro distribuzione geografica prevalentemente extra europea schiaccia il nostro Paese in una condizione di sostanziale dipendenza da Paesi esteri (Russia, Algeria, Libia su tutti) per lo più politicamente instabili.

Tuttavia i dati reali parlano chiaro: nel 2014 i consumi primari italiani di energia sono stati dati al 34% da petrolio (in calo del 37% dal 2000), al 31% da gas naturale (in crescita grazie alla relativa “pulizia” della risorsa), al 21% da fonti rinnovabili, al 8% da fonti solide e al 6% da energia elettrica. Sul totale di consumi primari l’Italia ad oggi importa dall’estero circa l’80% del fabbisogno, classificandosi dietro solo a Paesi come Malta, Lituania, Lussemburgo e pochi altri.

Le tecnologie rinnovabili ad oggi disponibili, soprattutto nell’ambito della produzione elettrica, sono sempre più competitive ed economiche, grazie al raggiungimento di buone economie di apprendimento e alla forte incentivazione degli ultimi anni, ma sono tutte accomunate dalla caratteristica aleatorietà della fonte, che le rende disponibili “a loro piacimento”. Servono ancora investimenti e tempo, soprattutto nella tecnologia dell’accumulo e nell’infrastrutturazione energetica del Paese, prima di poter pensare di fare a meno dei combustibili fossili e, quindi, di tutte le concessioni.

Perché allora non spingere perché lo Stato e le Regioni richiedano royalties più alte con cui finanziare attività di R&D nell’ambito delle tecnologie rinnovabili, dell’accumulo e dell’efficienza energetica (in cui l’Italia è tra i migliori Paesi al mondo)?

Ciascuno di noi sia promotore di una cultura ambientale positiva protesa sempre al raggiungimento di un trade-off sostenibile tra ambiente ed economia, senza prese di posizioni assolutistiche che mal si conciliano con i nostri reali tempi di sviluppo ed evoluzione.

Il 17 aprile non servono risposte ideologiche o simboliche, ecco perché voterò No, né credo sia eticamente e politicamente corretto consigliare l’astensione per non far raggiungere il quorum del 50%: è un dovere civico rispondere alla chiamata alle urne, anche quando si tratta di un referendum nei fatti inutile e che costerà alle casse statali la bellezza di 350 milioni di euro, milioni che ad esempio si sarebbero potuti reinvestire in un progetto di riqualificazione energetica di molti edifici pubblici.

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