Referendum snodo della legislatura. Così Renzi depotenzia le amministrative

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Italian Prime Minister Matteo Renzi during his "end of the year" press conference in Rome, 29 December 2015. ANSA/CLAUDIO PERI

La grande conta fra rinnovatori e conservatori sarà a ottobre 2016

Non capita spesso, anzi praticamente mai, che un politico italiano pronunci la fatidica frase: se perdo me ne vado. Addirittura oggi Renzi ha detto che perdere il referendum confermativo sulle riforme costituzionali equivarrebbe “al fallimento del mio impegno politico”. Un azzardo? O un rischio calcolato?

Fra le tante affermazioni rese nella conferenza stampa di fine anno, questa promessa di addio (alla politica tout court?) in caso di sconfitta al referendum dell’autunno 2016 (ha indicato il mese di ottobre) è probabilmente la più impegnativa, anche se un po’ buttata là, come fosse una cosa scontata. E magari scontata lo è per davvero, per uno come Renzi che ha sempre detto “se non riesco a cambiare le cose che ci sto a fare?”.

Il presidente del consiglio d’altra parte più volte ha spiegato che le riforme istituzionali e costituzionali per lui sono l’emblema del change italiano. E’ lì che ha forzato la situazione – fuori dal Parlamento e dentro il Parlamento -, è lì che non ha esitato a usare i guantoni  (con la sinistra pd) e il fioretto e poi la spada (con Berlusconi): è sulle riforme dunque che Renzi si gioca tutto.

Perché è convinto che modificare l’assetto istituzionale del Paese sia la cosa più difficile, ottenuta la quale si può ragionevolmente pensare che si può fare tutto, o quasi. E poi perché passa di qui lo spartiacque fra innovazione e conservazione – il vero discrimine fra sinistra e destra, secondo la sua visione – fra ragione e disperazione, fra progresso e qualunquismo, fra politica e antipolitica. Le riforme sono la vera cartina di tornasole della lotta politica in Italia.

Ecco perché sarà, il referendum, la vera occasione per contarsi. Per vedere se l’Italia sta con le riforme o con la conservazione. Di qua, il Pd, un Pd più largo: non quel partito della Nazione che la vulgata giornalistica marchia come l’ennesima riedizione del trasformismo italiano. Ma Pd come base di un “parttio della ragione”, cioè del cambiamento, un Pd in un certo senso nuovo, fatto di comitati (i comitati per il Sì), circoli, “mille Leopolde”. E di là tutti gli altri. Quelli che scommettono su un Paese sempre uguale a se stesso, prigionieri dello scontento, incapaci di incidere realmente sulle cose: si chiamino Grillo, o Salvini, o estrema sinistra. I conservatori dell’esistente. Quelli contro i quali Renzi vuole muovere all’assalto e con i quali in un certo modo chiudere la partita.

Per Renzi, se lo snodo della legislatura, e non solo, è dunque il referendum sulle riforme, è chiaro che di per ciò stesso l’appuntamento delle amministrative politicamente si depotenzia. Nel senso che essendo quell’altro il vero voto sul governo, la tornata di giugno tende automaticamente a rientrare nel suo alvero naturale, e cioè il voto sulle amministrazione delle varie città. Il governo ne è al riparo.

Mossa abile. Perché il premier-segretario sa bene che il voto a Roma, Napoli, Milano, Torino, Bologna presenta molte incognite; e dunque è bene che non si trasformisno in un test poltico sul governo.

Vero è che ha detto che persino “a Roma il Pd se la gioca”: ma tutti sanno che nella Capitale una vittoria, oggi come oggi, sembra una cosa da libro dei sogni. Con Napoli più o meno nelle stesse condizioni, resta la grande speranza su Milano, alimentata dalla scesa in campo di un candidato forte come Beppe Sala, confidando inoltre che Fassino e Merola tengano Torino e Bologna. Ma se così non dovesse essere? Se andasse male male? Brutto, certo, ma nello schema-Renzi il governo non ne risentirebbe.

Tanto il referendum-finalissima è previsto a ottobre: e – pensa il premier – gli italiani non diranno mai di no all’abolizione del senato e alla riduzione del numero dei parlamentari. Non diranno di no al cambiamento.

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