Referendum, la campagna degli argomenti assurdi

I Pinocchi del No
Marco Travaglio in un momento del suo spettacolo "Anestesia totale" stasera, 29 aprile 2011, al debutto a Bologna. GIACOMO ZAMAI/ BOLZONI / ANSA

C’è un bel gap fra l’ottimismo sereno e l’approccio pacato, prevalenti nel campo del Sì, e l’atteggiamento ansiogeno, drammatizzante, spesso fuori le righe, che caratterizza tanti paladini del No

Da Renzi-Zagreblesky a Boschi-Salvini, i confronti si susseguono e il cittadino si fa un’idea: non solo delle diverse concezioni della democrazia, ma anche del modo radicalmente diverso di discutere e degli argomenti degli uni e degli altri. C’è un bel gap fra l’ottimismo sereno e l’approccio pacato, prevalenti nel campo del sì, e l’atteggiamento ansiogeno, drammatizzante, spesso fuori le righe, che caratterizza tanti paladini del no (non tutti, certo!), intenzionati a persuadere spaventando. La costituzione verrebbe stravolta, sovvertita, tradita; la democrazia sarebbe in pericolo; scivoleremmo su una deriva autoritaria, o se non autoritaria, minimo oligarchica; la controriforma (per Travaglio, la ‘schiforma’) sarebbe dettata da Licio Gelli, dalla Trilaterale e da JP Morgan: ecco i “veri mandanti della riforma” (Ingroia, “Fatto”del 6 ottobre); dopo l’eventuale riforma, nulla funzionerà più; tutto sarà non meno ma più complicato; tutto sarà più costoso, non meno; la conflittualità Stato-Regioni non sarà inferiore ma molto maggiore; il processo legislativo non sarà più rapido, ma più lento, anzi: paralizzato (e comunque chi l’ha detto che il processo legislativo da noi è lento? È anzi pericolosamente veloce: basti pensare alle tante orrende riforme che ha fatto il governo Renzi…).

E poi, a piene mani, timori, anzi certezza… di difficoltà interpretative, di amletici dubbi, di tradimenti a ripetizione dei valori supremi, di sovranità violata: non eleggeremo più i senatori e ohibò nemmeno i consiglieri provinciali; poi con l’Italicum non c’è vera elezione, son tutti ‘nominati’, con premio, naturalmente, spaventoso per chi ha anche solo il 25% dei voti. Quanto agli istituti di garanzia, se non ancora soppressi, sarebbero in balia di chi vince le elezioni (il tutto sfidando la matematica) . A proposito di elezioni, l’abbiamo sentito, queste non si devono affatto “vincere”: si vergogni chi lo pensava.

La democrazia competitiva è un male e si deve votare solo per scegliere degli ottimati scelti proporzionalmente ai voti del più minuscolo partitucolo (e nondimeno liberi di rappresentare la Nazione come gli pare, a mo’ dei deputati dell’Ottocento). Essi guideranno la società dialogando fra sé, mettendosi d’accordo sul bene comune, evitando di votare, possibilmente raggiungendo l’unanimità o comunque consensi larghi: in attesa, s’intende, che la magistratura decida per tutti, il che poi forse è la cosa migliore. Come affidarsi a ladri patentati pieni di privilegi quali sono per definizione tutti i politici, “nominati” o eletti che siano? Come poi sia possibile adottare un tale irenico modo di (non) prendere le decisioni avendo fra gli eletti agguerritissimi accanitissimi determinatissimi aggressivissimi e molto spesso intollerantissimi interlocutori (quali certi fautori del no), refrattari a qualsiasi approccio minimamente razionale, questo resta un inesplicabile mistero.

Citavo Ingroia, basta leggerlo: scrive che Renzi commette un “furto di democrazia”per attuare un «progetto autoritario di ribaltamento dei poteri repubblicani», onde legittimare una «Repubblica verticale, autoritaria, intollerante, sfrenatamente capitalista…, cinica e guerrafondaia…»: e costui, fino al 2013, era un magistrato.

Torna anche il solito Settis che (“Repubblica”, 6 ottobre) continua la sua campagna all’insegna dell’assurdo: dopo aver sostenuto che il presidente, dopo la riforma, avrebbe potuto essere eletto da quattro o cinque parlamentari, ora… è salito a 220. Accortosi che in ogni caso un quorum strutturale della metà più uno dei componenti ha da esservi, finge di ignorare che in 13 elezioni presidenziali i votanti sono stati il 98%, ipotizza che possano assentarsene… 360 ma non ci spiega che ne sarebbe di costoro (epidemia? rapimento? arresto di massa?).

C’è poi Ciriaco De Mita, un tempo riformatore e meritorio co-protagonista della battaglia contro il voto segreto alle Camere. Immemore di ciò e soprattutto dimentico di un suo collaboratore fedele che per le riforme sacrificò la vita (penso a Roberto Ruffilli) fa il panegirico della prima Repubblica (“Corriere”, 6 ottobre). Divenimmo la quinta potenza economica (ma chissà il debito chi lo fece con le pensioni baby dopo 15 anni 6 mesi e un giorno di lavoro pubblico), sogna la proporzionale, difende il bicameralismo paritario. Ma conta balle del tipo: la riforma agraria fu fatta in due mesi, il è poi così poco vero che non solo l’iter fu più lungo, ma quella legge fu detta “stralcio”proprio perché – pur importante – fu una mezza riforma.

Né ricorda bene le vicende della Commissione De Mita-Iotti: era la seconda alla guida della Commissione quando concluse i lavori, senza esito non per telefonate della procura di Milano, ma perché le Camere furono sciolte e l’intesa non c’era. Infine, nota conclusiva per il pinocchio anonimo che ha inventato il “problema”dei diciottenni in Senato. Sta così: elettorato attivo e passivo per le Regioni coincidono. Dunque si può essere eletti a diciotto anni. Dato che per esser senatori si deve essere consigliere regionale, effettivamente un diciottenne potrebbe entrare nella pattuglia dei senatori della regione. A parte che vi immaginate le chances reali, le statistiche del Viminale ci dicono che: i consiglieri regionali sotto in 30 anni sono 14 su 909 (quattordici! quelli over 70, 17) e il più giovane ha oltre 25 anni. In un Paese normale ci preoccuperemmo che i giovani son pochi (solo 427 consiglieri regionali hanno meno di cinquant’anni, 482 di più), qui si fa campagna per il “no” seminando il panico per i diciottenni che invadrebbero il Senato. Ma fateci il piacere! Per fortuna, #bastaunsì.

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