Il mio Sì senza slogan

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A polling station for a referendum on the duration of offshore drilling concessions in territorial waters, in Rome, Italy, 17 April 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Mettiamo da parte le frasi ad effetto e gli slogan spicci. La riforma costituzionale merita un confronto serio e senza scorciatoie

Credo che il confronto tra Giachetti e D’Alema sia esattamente l’esempio di cosa il dibattito referendario NON dovrebbe essere: mentre i sostenitori del no insistono sul combinato disposto, sulla presunta difficoltà di comprensioni di alcuni articoli e su ipotetici rischi per la democrazia, coloro i quali si battono per il sì non fanno altro che parlare di tagli di poltrone e riduzione di costi (sentendosi per lo più rispondere: “E allora non bastava tagliare gli stipendi dei parlamentari?”). Basta! È il momento di entrare nel merito.

Bisogna innanzitutto sgomberare il campo dagli slogan allarmisti: se vince il sì non ci sarà alcun rischio dittatura, così come una vittoria del no non comporterà la crisi irreversibile del nostro Paese. Capisco che argomenti di questo tipo possano essere utilizzati tra avversari, ma almeno tra di noi, che dovremmo appartenere tutti alla più grande comunità politica italiana, vediamo di ricondurre la discussione nei binari della correttezza e della verità. Una volta recuperate la calma e la serietà necessarie, bisognerà riconoscere ciascuno le ragioni dell’altro, a patto che siano motivate e ben argomentate. A questo punto sarà utile confrontarsi direttamente sul cuore della riforma: il superamento del bicameralismo paritario e la riforma del titolo V.

Gli altri aspetti sono, in certo qual modo, accessori: nessuno avrà particolari obiezioni all’abolizione del CNEL, o al fatto che ogni legge elettorale venga preventivamente sottoposta al giudizio della Corte Costituzionale, per dirne due. Così come si potrà e si dovrà discutere sulla legge elettorale, ma non si potrà pensare di opporsi a quella legge ordinaria votando contro una modifica della legge costituzionale. Ai sostenitori del sì toccherà, quindi, spiegare perché il superamento del bicameralismo paritario è un bene; quelli del no, di converso, dovranno convincere del fatto che il nuovo Senato è fatto talmente male che conviene rimanere allo stato attuale.

Per quanto mi riguarda, penso che, al di là della composizione del nuovo Senato, avere una sola Camera che approva leggi ordinarie velocizzerebbe i meccanismi legislativi, portando a una rapida approvazione di leggi che toccano nel concreto la vita dei cittadini (es. legge sul reato di omofobia), avvicinando così i tempi della politica ai tempi delle persone. Sulla riforma del titolo V avrei preferito un passo più coraggioso, in direzione di un federalismo dalle forti autonomie, sostenuto, però, da una fiscalità centralizzata e redistributiva; tuttavia, tra la situazione presente e il “ritorno indietro” che porta però a superare finalmente la legislazione concorrente, preferisco senza dubbio il secondo.

Per le ragioni succitate io voterò sì. Ma sono più che disponibile al confronto con chiunque la pensi diversamente, purché i temi siano quelli e non si ceda a slogan da scontro fratricida, che, come ha ricordato Pisapia, fanno bene solo alla destra.

 

*Responsabile legalità GD Liguria

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