Referendum, dire Sì per difendere la Costituzione

Riforme
costituzione

Le forze che sostengono il No sono deboli perché non hanno un proposta alternativa che li unifichi davvero

Come dice un vecchio proverbio, la moneta cattiva scaccia quella buona; sta avvenendo lo stesso nel dibattito sulla riforma costituzionale, mentre il tempo delle scelte si avvicina per tutti i cittadini Una di queste monete cattive consiste nel fare passare l’idea che la battaglia referendaria sia tra chi difende la costituzione, minacciata dalla riforma – il No – e chi invece vuole stravolgere la carta per portare l’Italia in una sorta di terra di nessuno sostanzialmente “postcostituzionale” – il Si.

Questa terra di nessuno ha vari nomi; autoritarismo, presidenzialismo, centralismo ecc. su cui varrebbe la pena di riflettere attentamente. Credo pero che la questione nodale resti contestare l’assioma che la costituzione si difenda sostanzialmente lasciandola così com’è – la “costituzione più bella del mondo” è sostanzialmente irriformabile, non soltanto nei suoi principi costitutivi, ma anche in quelle parti che riguardano l’ordinamento della Repubblica.

Trent’anni di tentativi stanno li a dimostrarlo: nonostante gli sforzi alla fine è prevalsa sempre la logica che nell’impossibiità di redigere la “costituzione perfetta” era meglio tenersi quella esistente. Era questo il segno di una progressiva debolezza della politica che ha pensato di sostituire l’assenza di uno spirito costituente, di cui c’era bisogno già alla fine della anni ’70, con un incarico/delega al sapere tecnico dei costituzionalisti di trovare la quadratura del cerchio.

Ma senza politica le costituzioni non solo non si scrivono, ma neanche si riformano. E tutto si è risolto in un rosario di commissioni, convegni, documenti, progetti dibattiti, da cui si è però venuta formando una “eletta schiera” di giuristi e politologi che ha condizionato con i suoi anatemi, con i suoi allarmi, le sue denunce, le sue giravolte, sapientemente enfatizzati dalla stampa, un decisore politico debole e diviso, portandolo nel vicolo cieco dell’inconcludenza. Nel frattempo però il mondo è cambiato ed è cambiata anche l’Italia, che non solo è uscita dalla guerra fredda che della costituzione è stata la forza storica che ha contribuito in gran parte a scriverla cosi come è; ma anche dalla II Repubblica, che proprio dall’incapacità di adeguare la costituzione alla nuova Italia post ’89 ha derivato la sua maggiore fragilità.

Contestualmente la Costituzione è invecchiata e mette in luce tutte le sue difficoltà a fare discendere dai suoi principi ordinamentali gli strumenti istituzionali in grado di garantire l’efficacia dell’azione politica in un’epoca storica nella quale non esistono più i vincoli esterni che giustificavano le formule di allora, tutte finalizzate a consentire una piena dinamica democratica pur nell’asimmetria della legittimazione politica tra forze che potevano accedere al governo e quelle che potevano puntare solo alla rappresentanza (Pci): bicameralismo perfetto; debolezza dell’esecutivo e centralità del parlamento costituiscono gli elementi salienti del patto politico su cui si venne formando la “repubblica dei partiti”. Ora tutto questo sistema appartiene alla storia, con il rischio che una costituzione imbalsamata e ridotta a un feticcio venga risucchiata nel passato, come un ferro vecchio.

I veri nemici della costituzione sono le sue vestali. Solo chi la vuole cambiare in realtà difende la costituzione perché la vitalità della tavola dei valori che innerva la prima parte della costituzione può essere trasmessa tra le generazioni solo se è sostenuta da un sistema ordinamentale efficace, che combini tempi e costi accettati come equi dai cittadini, che garantisca rappresentanza ma al contempo decisione, che renda riconoscibili le responsabilità, ma anche i diritti, di chi governa e di chi si oppone e renda chiare le competenze tra lo stato centrale e le autonomie locali. L’altra moneta cattiva è costruita dall’argomento che la bocciatura del progetto di riforma sottoposto a referendum è la condizione per poterne elaborare un altro in pochi mesi e approvarlo con il consenso della maggioranza del parlamento.

L’ex presidente D’Alema in una recente intervista ha delineato alcuni punti di forza di questo progetto alternativo, ma se ne sono susseguiti analoghi esercizi animati dall’intento di non fare cadere sulla testa dei sostenitori del No l’immagine polverosa di coloro che vogliono conservare l’esistente. Ma già dal documento del 49 costituzionalisti emerge che le forze che sostengono il No sono deboli perché non hanno un proposta alternativa che li unifichi davvero: tra D’Alema e Brunetta, Onida e Di Maio, Zagrebelschy, Salvini o Fassina, non c’è nessuna effettiva condivisione di un percorso riformatore credibile. Solo la riforma Boschi, uscita miracolosamente da una dibattito parlamentare convulso tra soggetti politici in larga misura deboli e in continua evoluzione è l’unica proposta in campo che gli italiani possono effettivamente scegliere. Chi è contrario sa benissimo che la vittoria del No sarebbe la fine dell’unico percorso costituente che in tutta la storia della II repubblica sia andato in porto. E si assumerebbe una gravissima responsabilità.

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