Referendum costituzionale, cinque domande a Marco Travaglio

Riforme
Marco Travaglio, durante l'evento Bulgari dell'Altaroma negli horti Sallustiani, Roma, 13 luglio 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

I punti che abbiamo sollevato toccano tutti gli aspetti esaminati dai 56 costituzionalisti. Sono riassumibili in 5 punti e pongono altrettante domande, molto semplici, nette e chiare, sia a loro sia al direttore del Fatto

Marco Travaglio sul Fatto di ieri ci ha dedicato un immeritato fiume di parole, secondo il suo stile. Come altri che lo hanno preceduto, parla del tono del nostro pezzo pubblicato il giorno prima su l’Unità, dei conti fatti sull’età dei 56 costituzionalisti del “NO” e della nostra notorietà. Si lamenta per la mancanza di contenuti, che fa finta di non vedere, solo perché gli risultano un po’ fastidiosi e forse difficili da maneggiare. Ci spiace se l’articolo sia risultato offensivo. Il dibattito pubblico ha le sue asprezze e richiede anche un po’ di vivacità. Toni affilati che non dovrebbero scandalizzare proprio il direttore del Fatto. Forse ne abbiamo abusato, certo non per gettare discredito sui 56 illustri colleghi del NO.

Comunque, il confronto con gli articoli di Travaglio, non solo quello che ci riguarda, fanno capire anche ai più sensibili tra loro come, nella comparazione, il nostro sia puro stile british dei tempi della regina Vittoria. In effetti, abbiamo posto un problema riguardo alla composizione del gruppo dei 56 perché ci sembra evidente sia parte del messaggio che loro stessi hanno deciso di comunicare e che non a caso Travaglio enfatizza. Abbiamo citato la loro età media come un indicatore dei criteri di autoselezione del gruppo che riflettono alcune caratteristiche delle élite del nostro paese. Per farci capire meglio, avremmo potuto forse notare che tra i 56 solo 4 sono donne. Ma ben più dei due terzi dell’articolo sono dedicati al merito delle posizioni da loro espresse sulla riforma.

I punti che abbiamo sollevato toccano tutti gli aspetti esaminati dai 56. Sono riassumibili in 5 punti e pongono altrettante domande, molto semplici, nette e chiare, sia a loro sia al direttore del Fatto.

1) Dopo una attenta lettura della riforma costituzionale, i 56 illustri colleghi sollevano alcune critiche al progetto, su aspetti minori che riguardano la ripartizione della competenze tra Camera e Senato, tra Stato e Regioni. Il risultato dell’attento «esame» a cui hanno sottoposto il testo è quindi del tutto incompatibile con la teoria della “svolta autoritaria” che Travaglio e il Prof. Zagrebelsky hanno sostenuto con veemenza fino a pochi giorni prima e che Travaglio continua a sostenere. Ci sbagliamo? I Proff. Cheli, De Siervo, Casavola, Onida, Lanchester, di cui abbiamo infinita stima, credono forse che la riforma apra le porte ad una involuzione antidemocratica?

2) Il documento del 56 chiede un Senato più forte e un processo legislativo più semplice, due obiettivi palesemente contradittori. Dove ci sbagliamo? I 56 sarebbero in condizione di scrivere e di accordarsi tra loro su una norma corrispondente, contestualmente, a queste due linee guida?

3) Il documento fa chiaramente intendere che quel Senato più forte dovrebbe essere composto dai Presidenti di Regione e da loro delegati. Ci sbagliamo? C’è un altro senso che si può dare alle loro affermazioni a questo riguardo? Se questa fosse, come a noi pare, l’unica interpretazione plausibile delle loro tesi, cosa ne pensa Travaglio? O meglio, cosa ne avrebbe detto se fosse stata inclusa nel progetto Boschi?

4) Secondo i 56 la riforma avrebbe dovuto prevedere un altro Cnel al posto del Cnel, non considerare la riduzione del numero dei parlamentari come una priorità, dare maggiori poteri alle Regioni (ma non ci dicono esattamente quali). Travaglio è d’accordo?

5) Il documento sottovaluta le difficili condizioni di necessità in cui è stata finalmente varata una riforma promessa da decenni, e i rischi a cui verrebbe sottoposto il Paese se ci dovessimo ritrovare, con il nostro sistema politico attuale, nelle condizioni della Spagna. Con tutta probabilità, per Travaglio non sarebbe un problema. Ma sono così sicuri, i 56, che perseguire un ottimo non meglio definito, su cui avrebbero difficoltà a concordare anche tra loro se dovessero trascriverlo in norma, sia da preferire al bene oggi possibile per il Paese?

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