Reddito minimo e patrimoniale, iniziamo a parlarne

Pd
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri, Roma, 7 aprile 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il malessere in una parte del Pd è dovuta alla perdita di ruolo del partito e alla necessità di un’evoluzione nell’azione riformatrice del governo

Cosa manca a questo nostro Pd? Perché si parla di crisi degli iscritti, di malessere democratico? È indubbio che quando si governa l’entusiasmo cali, è più difficile difendere le scelte fatte. Soprattutto se si fanno molte cose al governo e in queste molte cose ci possono essere parti che non piacciono, perché frutto di accordi. Ma è la base della democrazia.

No, io non credo che il malessere dei nostri militanti si fermi qua. Penso che questo malessere sia il risultato di un rapporto diretto governo-cittadini, che squalifica il ruolo mediatore del partito e di tutti quei corpi terzi intermedi (sindacati, giovanile, associazioni studentesche e organizzazione del terzo settore) che vogliono dire qualcosa. La concertazione è una pratica molto efficace nelle democrazie avanzate. Penso poi che l’azione di governo debba evolversi.

Renzi ha creato una bellissima narrazione per la storia riformatrice di questo paese: abbassare e rimodellare la pressione fiscale, combattere la burocrazia, riformare la pubblica amministrazione, la giustizia, le regole del lavoro, rilanciare finalmente gli investimenti sulla scuola. Un’attività di governo impressionante e ben svolta che si accompagna alla forza di un parlamento giovane e femminile, che si appresta a legiferare su unioni civili e droghe leggere. Cose impensabili fino a poco tempo fa. Con la riforma del Senato c’è un culmine in questo riformismo, che apre alla ridefinizione di dinamiche base della nostra democrazia, come il federalismo fiscale e il rapporto stato-regioni. Si può dire che chiuderà la fase uno.

La fase due deve essere ora il continuo di questo immenso lavoro, ma non solo. Deve essere di più. Il primo partito d’Europa deve inserirsi nelle dinamiche di politica internazionale con proposte ed esempi, insomma con più forza. È giunto il momento di mettere in moto una riforma del welfare, che abbia ampio respiro e sia straordinariamente equilibrata. Questo comprende il reddito minimo garantito, con cui rispondere a proposte populiste meno eque. La lotta alle tasse deve portare alla ridefinizione delle dinamiche contributive: non possiamo più essere l’unico paese europeo senza tassa sull’eredità. Se inoltre eliminiamo la tassa sulla prima casa, va introdotta una tassazione patrimoniale progressiva.

Insomma, accanto a proposte già annunciate, come il Green Act e la Buona Università, dobbiamo investire in tutti quelle dimensioni che riguardano il disagio sociale: le carceri, il sistema sanitario, le case popolari fino ai diritti dei popoli rom e sinti. È questo il messaggio che arriva dai nuovi leader della sinistra mondiale: ritorniamo a parlare della marginalità, l’economia deve venire dopo.

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