Ecco perché non ci sarà un uomo solo al comando

Dal giornale
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La nuova legge è orientata alla navigazione “profonda e di movimento” dell’azienda

Il ddl Rai appena approvato riguarda la governabilità dell’azienda e segna di certo una svolta quando concentra nell’attuale Direttore Generale poteri che lo avvicinano sostanzialmente alla figura di un Amministratore Delegato, specie in materia di nomine.

Ma non esageriamo con l’idea che d’ora in poi ci sia «un uomo solo al comando» perché un CdA – proprio se nominato meno numeroso e più di mestiere grazie alle nuove norme che sostituiscono il metodo lottizzato della Gasparri – se venisse troppo snobbato al momento delle nomine, sol che volesse e potesse, farebbe vedere all’Amministratore i sorci verdi al momento di approvare contratti superiori a dieci milioni di euro nonché, e non è da poco, nel deliberare sui piani editoriali e industriali, quando periodicamente sì decide il vero da fare: quante e quali reti, quante e quali edizioni e di quante testate e con quale rapporto fra le diverse piattaforme radio, tv, web.

Pur evitando ogni enfasi sulla figura del “timoniere”, è certo tuttavia che la legge è orientata alla navigazione “profonda e di movimento” dell’azienda, e non solo perché le riconosce il necessario spazio di manovra amministrativa, mettendo, come già autorizzava la Ue, le attività di programmazione fuori dal perimetro degli appalti pubblici coi relativi, alieni e paralizzanti regolamenti.

Per capire la portata del provvedimento bisogna vederne il “concerto” con altre norme che lo hanno preceduto nonché con la contemporanea legge di Stabilità. Quest’ultima, da quel che leggiamo, non solo aggancia il canone alla bolletta (e grazie al colpo all’evasione, diminuisce a 100 euro l’esborso), ma dalla stessa fonte trae altre risorse destinate, fra l’altro, a funzioni di riordino delle tv locali. A questo punto abbiamo l’obbligo di ricordare che un anno e mezzo fa, con l’occasione del decreto degli 80 euro, la Rai (spinta a fare cassa vendendo parzialmente Rai Way), fu liberata dall’obbligo di tenere aperta in ogni regione una Sede regionale col relativo ambaradam moltiplicato per 23 di costi operativi e di supporto.

Tutto da fare, certo, ma comunque con questa mossa la Rai veniva in sostanza sganciata dalla fedeltà all’impianto fissato nel 1975 e diventava ipso facto un cantiere per una progettualità priva di alibi contenutistici. Non a caso fu proprio allora che l’accorto Gubitosi cominciò a fare avanzare anche il piano di unificazione delle varie testate, nazionali e locali nella nuova news room. E ormai si tratta di questioni che piaccia o non piaccia, sono tuttora intatte, ma all’ordine del giorno.

A completare il quadro c’è una legge che verrà. La legge “governance” appena approvata, prevede infatti anche la delega al Governo per riassettare l’”opera Gasparri”, ovvero il Testo Unico che regola i servizi media.

E qui di questioni per la Rai ce ne saranno molte, a partire da quella del suo rapporto con le industrie indipendenti della produzione audiovisiva. Che potranno svilupparsi e conquistare i mercati esteri – con ricadute enormi sullo status del Paese e sulla occupazione interna – solo e nella misura in cui tutti i broadcaster assumeranno il ruolo di “propulsori di sistema”, anziché badare solo ai più angusti fatti propri.

Se la legge che il Governo è impegnato a fare spingerà in questa direzione, l’intera “idea di sé” di interi settori della Rai, oggi appartati in un assetto verticalizzato che neanche gli zaibatsu giapponesi d’epoca, ne sarà coinvolta. Come a dire che all’Amministratore sono stati dati sì i denti del potere, ma anche il pane di una sfida strategica e riorganizzativa di carattere epocale, per di più non “partendo da zero”, ma dovendo misurarsi con ciò che già esiste per farlo diventare ciò che serve.

E qui sì che ci vogliono gli auguri, non solo natalizi. Infine, nel 2016, scadendo la Concessione Rai e dovendo giocoforza il Governo dire alla propria azienda cosa intende che essa sia e faccia in futuro in quanto Servizio Pubblico, la nuova legge prevede una apposita consultazione pubblica sul tema. Potrebbe essere davvero l’occasione per ridare la Rai al Paese e un Paese alla Rai, sull’esempio di quanto costantemente fanno gli inglesi con le tv pubbliche di casa loro. La sfida della consultazione, almeno questa, non la deve vincere il vertice Rai, ma tocca a tutti quelli che presumono di saperla lunga. Allacciamo le cinture.

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