Rai, 200 milioni di euro in più con il canone in bolletta. Per fare cosa?

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Quarantaquattro tra funzionari e dirigenti di Rai, società del gruppo Mediaset, La7 e Infront sono indagati a Roma nell'ambito di un'inchiesta sull'affidamento di lavori e servizi in cambio di utilità come soldi e assunzioni. La Guardia di Finanza sta eseguendo 60 perquisizioni, Roma, 17 Giugno 2015. ANSA/ FABIO CAMPANA

L’anno scorso la Rai ha visto scomparire oltre 100 milioni di euro con la spending review

Per prima cosa è doveroso svelare un mio conflitto di interessi. Con i miei colleghi “elettricisti” mi sono
opposto all’idea del canone pagato in bolletta elettrica. Per ovvi motivi. Sapete com’è andata, il canone andrà in bolletta. E noi com’è ovvio rispetteremo la legge, l’evasione diminuirà molto e questa è una buona cosa. Fine. Parliamo adesso di Rai. L’anno scorso il Governo tolse 100 milioni alla RAI per la spending review. Ora le nuove modalità di riscossione del canone dovrebbero farle recuperare qualche centinaio di milioni in più.

Sono tanti, tantissimi di questi tempi. Per fare che cosa? Questa è la domanda cruciale e le risposte pervenute finora non sono molto chiare. Ci sono due profili che vanno considerati. Il primo è legato al concetto di servizio pubblico, l’unico che possa giustificare il ricorso a un introito fiscale. Quante delle trasmissioni oggi presenti nei palinsesti RAI possono rientrare in questa categoria? Sono disposto ad accettare, per 100 euro l’anno, tutto compreso, anche una concezione larga di servizio pubblico in cui ci sia anche un po’ di intrattenimento. In cui ci sia anche il sostegno alla cinematografia nazionale, sempre per 100 euro tutto compreso. O le partite della nazionale. Ma troppa, troppa roba sia nel campo dell’informazione che in quello dell’intrattenimento sfugge a ogni classificazione razionale, se non quella di riempire i palinsesti a tutti i costi. Il pubblico se ne è accorto e fugge su altre piattaforme. Soprattutto quello giovanile. E a molti i 100 euro sembrano non il corrispettivo di un servizio pubblico, ma l’equivalente di un anno di un desiderabile abbonamento a Netflix. La seconda questione ha a che fare con la concorrenza. I concorrenti, sia quelli su piattaforme a pagamento, sia quelli “on air”, che si finanziano con la pubblicità, hanno forse torto a lamentarsi della concorrenza fatta da tante reti che godono di fatto di un aiuto di stato superiore a 2 miliardi complessivi? La risposta alle due questioni è legata. O la RAI usa questi soldi per tirare fuori prodotti non di mercato, ma di grande utilità che solo lei potrebbe fare, oppure ha fallito ancora una volta. Anche se faccio molta fatica a capire di che cosa si tratterebbe. Perché i casi sono due. O non hanno successo e li vedono in pochi e quindi a che servono? O li vedono in tanti e quindi potrebbero tranquillamente finanziarsi sul mercato. Ma ammettiamo pure che ci sia una via di mezzo. Per il momento però ci sfugge.

C’è poi una terza questione sollevata molto bene dal sottosegretario Giacomelli. Che fine farà il partito della RAI? Quello di “tutti generali”, quello per cui qualsiasi frequentatore di studi televisivi nota subito che in RAI, rispetto a altre reti, servono il triplo delle risorse per fare gli stessi programmi? La sacrosanta lotta all’evasione del canone servirà a continuare a finanziare tutte le inefficienze? Sarà interessante l’anno prossimo confrontare i bilanci, quello vecchio e quello nuovo, soprattutto alle voci spese correnti, personale e acquisti. Personalmente continuo a pensare che una drastica riduzione del perimetro RAI, con la vendita di un paio di reti, sarebbe la strada maestra. I soldi in più potrebbero forse servire per investimenti tecnologici che ne accrescano il valore. Ma un orizzonte strategico va definito quanto prima.

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