Ma sì, ecco 5 ragioni per fare il congresso

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Roberto Speranza lasciai la sede del Partito Democratico durante la riunione della direzione, Roma 21 settembre 2015.       ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI,

Le 5 ragioni per cui è giusto fare il Congresso

Roberto Speranza ha chiesto il congresso del Pd. Personalmente sono d’accordo. Probabilmente per ragioni diverse dalle sue. Qui indico 5 ragioni.

1) Il congresso, che per statuto è inscindibile dalle primarie per scegliere il segretariocandidato premier, sarebbe una grande occasione per riannodare i rapporti con la società. Per alcuni aspetti, per costruirli, questi rapporti: si pensi a tanta parte delle nuovissime generazioni che della politica se ne fregano altamente e per le quali Pd o altro “per me pari sono”. O pensiamo al Sud, dove – al di là della retorica di Saviano, che si sta comportando da capo di un nonpartito – è certamente insopportabile il ritardo (eufemismo) con cui il Pd prova a cambiare verso al modo di fare politica.

2) Un congresso squadernerebbe, nel rapporto con i militanti e gli elettori, il problema della coesistenza, nel Pd, di aree diverse. Fino a che punto – è questa la domanda – possono convivere sotto lo stesso tetto posizioni molto lontane? Continuo a credere che il pluralismo, anche in forme originali, sia una ricchezza. Ma nel Pd spesso non si tratta di opinioni diverse, ma di una lotta politica sorda e personalistica che andrebbe portata davanti, appunto, a iscritti e elettori. Per trovare una soluzione definitiva. Sarebbe un bene anche per la sinistra fare punto e a capo, decidere che fare e in qualche modo uscire dal ghetto della pura rimostranza. Sarebbe un chiarimento definitivo, chiaro, democraticamente ottenuto.

3) Un congresso di questo tipo – lungo, partecipato, esplicito, anche duro – metterebbe il quadro politico in fibrillazione. Ma potrebbe essere una fibrillazione positiva, una ventata di buona politica in una situazione che appare stagnante, dominata da oligarchie politiche priva di sguardi lunghi e progetti emozionanti e di respiro. Per Matteo Renzi sarebbe una formidabile occasione per aggiornare il suo progetto per l’Italia e rilanciare la sua leadership.

4) Un congresso di questo tipo avrebbe come naturale sbocco la verifica nazionale del nuovo progetto del Pd: dunque, le elezioni. Il 2018 appare un po’ troppo lontano per verificare gli orientamenti del popolo e soprattutto per tenerci ancora un parlamento troppo sfilacciato (altro eufemismo). Questo parlamento, uscito da elezioni fallimentari come quelle del 2013, non riesce a fare niente, se non a assecondare i progetti del governo. Guardiamo al ddl Cirinnà: i partiti e il senato non avrebbero concluso nulla, c’è voluto l’intervento (innaturale) del governo per portarlo a casa. Dunque, fatte salve le verifiche tecniche di fattibilità (la nuova legge elettorale, il nuovo Parlamento eccetera), si potrebbe pensare a questo scadenzario: referendum costituzionale a ottobre, congressoprimarie nei primi mesi del 2017 ed elezioni politiche nella tarda primavera. Mi sembra più difficile fare questo tipo di congresso dopo le amministrative, cioè in piena estate.

5) Sarebbe anche l’occasione, un congresso, per mettere in campo una nuova organizzazione del Pd, una nuova generazione di dirigenti, nuovi strumenti di comunicazione col Paese. Perché io penso che senza una presenza territoriale autentica quella che personalmente giudico l’unica linea possibile – il renzismo – farà sempre fatica a imporsi. E che il Pd debba in qualche modo aderire, nelle forme nuove della comunicazione, a tutte le pieghe della società e tornare a avere l’ambizione di essere il partito a vocazione maggioritaria del tempo nostro.

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