Raggi calanti su Roma. Perché può avverarsi la profezia di Silvio

Amministrative
Virginia Raggi (M5S) durante il confronto con altri due candidati a sindaco di Roma, Roberto Giachetti (Centrosinistra) e Stefano Fassina (SI), alla Citta' dell'Altra Economia a Roma, 3 maggio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Con una campagna elettorale piena di gaffe e sciocchezze, la candidata M5S ha disperso un patrimonio

Può darsi che a Roma non andrà come sembra credere Silvio Berlusconi – un ballottaggio Giachetti-Meloni che escluderebbe clamorosamente la candidata della Casaleggio Associati srl –, ma è indubbio che la stella di Virginia Raggi abbia cominciato a declinare già da molti giorni, e appaia oggi assai più pallida di quanto sembrasse rifulgere ancora un mese fa.

Presentata da tutti i media come la vincitrice annunciata – semplicemente perché estranea alle due giunte precedenti, di centrodestra e di centrosinistra, macchiate da scandali e inchieste –, la Raggi è riuscita a disperdere rapidamente il patrimonio di simpatia e curiosità con cui era stata accolta, e oggi arranca tanto nei sondaggi – che però, oltre ad essere vietati nelle ultime due settimane prima del voto, sono anche poco attendibili – quanto sui media – il sistematico rifiuto di ogni confronto con gli altri candidati non aiuta – e fra gli elettori.

Le cause del tracollo sono molte, e non è semplice indicare un singolo punto di svolta: piuttosto, è stato l’accumulo di gaffes e sciocchezze – dalla funivia che dovrebbe collegare due quartieri di Roma per risolvere il problema del traffico alla reintroduzione del baratto come misura anti-crisi – ad aver eroso progressivamente la credibilità della candidata, la cui inesperienza politica e amministrativa è sembrata a tratti imbarazzante.

Né ha aiutato la percezione, sempre più evidente, di una sostanziale eterodirezione: nel microcosmo concentrazionario del Movimento 5 stelle le decisioni sono prese senza appello da due entità oscure e lontane – lo “staff di Beppe Grillo” e la Casaleggio Associati srl –, tant’è che la Raggi ha firmato un “contratto” – oggetto di un esposto al Tribunale civile di Roma per manifesta incostituzionalità – che la costringe a chiedere “sulle questioni giuridicamente complesse” l’opinione vincolante “di uno staff coordinato dai garanti del Movimento”, e che prevede una multa di 150mila euro in caso di dichiarazioni pubbliche non concordate preventivamente, o comunque non gradite all’azienda di marketing che l’ha scelta come candidata e ne cura la campagna elettorale.

“Mi dimetto se lo vuole Grillo”, ha risposto una volta la Raggi a chi le chiedeva che cosa avrebbe fatto in caso di avviso di garanzia. E un’altra, invece: “Mi dimetto se me lo chiedono i cittadini”. E una terza: “Saranno i garanti a decidere”. E i garanti non sono i “cittadini” dei meet-up – completamente tagliati fuori dalle decisioni – ma quattro professionisti della politica (due parlamentari, un europarlamentare e un consigliere regionale) imposti alla candidata negli ultimi giorni per migliorarne la performance sempre più zoppicante.

Anche il cuore dell’immagine su cui la Casaleggio Associati srl aveva costruito la campagna di Roma – e cioè l’estraneità della Raggi ad un mondo politico-imprenditoriale compromesso e logorato – si è quantomeno appannato quando si è scoperto il praticantato nello studio Previti (nascosto dalla candidata) e la presidenza “tecnica” di una società collegata a Franco Panzironi, ex numero uno di Eur Spa imputato nel processo per Mafia Capitale.

Ma se tanto nuova la Raggi non è, e in più non sa di che cosa parla, perché mai dovrebbe diventare il sindaco di Roma?

C’è infine una causa per dir così strutturale che spiega il tramonto della candidata grillina.

Quando fu annunciato il suo nome, il centrodestra aveva un candidato molto debole e inviso ad una parte dello schieramento (Bertolaso). Per qualche settimana, il Tempo diede voce a quel segmento della destra romana che vedeva nella Raggi, se non il candidato del cuore, di certo il più adatto a battere il Pd. Ma la rottura di Salvini e la robusta discesa in campo di Giorgia Meloni hanno rimescolato le carte: e la Meloni non soltanto è stata capace di recuperare tutto il voto della destra, ma è anche riuscita ad intaccare il serbatoio grillino agitato dalla protesta e dal qualunquismo.

Insomma, la profezia di Berlusconi, ancorché azzardata, non sembra del tutto campata in aria.

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