Questione Mosul e la paranoia di Erdogan

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epa05590372 Peshmerga forces take part in an operation to liberate several villages from the control of the so-called Islamic State (IS) militant group, southeast of Mosul, Iraq, 18 October 2016. Iraqi Prime Minister Haider al-Abadi said on 17 October that Iraqi forces started their military offensive to recapture the city of Mosul from IS. The operation, led by Kurdish Peshmerga, Iraqi government forces and allies, is backed by the US-led coalition. Iraq's second largest city, Mosul, fell under the jihadist militant group's control in June 2014.  EPA/AHMED JALIL

Dal 1919 al 1926 la sorte di Mosul era stata al centro di una accanita contesa diplomatica. Ricordarla serve anche a capire le cose di oggi

Dal 1919 al 1926 la sorte di Mosul era stata al centro di una accanita contesa diplomatica. Ricordarla serve anche a capire le cose di oggi, in particolare la Turchia di Erdogan, che è un pazzo ma con dei precedenti.

La città, allora a maggioranza curda, grazie alla ricchezza di petrolio del territorio eccitava gli appetiti di tutte le potenze uscite vincitrici dalla guerra mondiale. Gli inglesi, che nella spartizione del Vicino Oriente si erano assegnati la tutela del nuovo regno di Iraq lasciando ai francesi la Siria, accampavano il loro diritto. La nuova Turchia di Ataturk, sorta sulla caduta dell’impero ottomano, rivendicava la conservazione della provincia, il vilayet, di Mosul, che comprendeva il Kurdistan, compresa Kirkuk. Gli stessi americani, che si mostravano estranei all’invadenza coloniale europea, s’intendevano di petrolio più di chiunque altro e non intendevano restarne fuori.

L’unica «vincitrice» della guerra a dar prova di un assoluto disinteresse al grande affare fu l’Italia, non per generosità, ma per una incomprensione totale del peso strategico del petrolio, dal quale pure era completamente dipendente. La storia è stata ricostruita da Mauro Canali in un libro, «Mussolini e il petrolio iracheno» (Einaudi 2007) esilarante nel documentare l’insipienza stentorea dei governanti, Mussolini compreso, che insistettero a rivendicare un pezzo di Anatolia ricco di sassi e presto ripreso da Ataturk. Il libro ripercorre la «questione di Mosul» che tenne tanto impegnata la Società delle Nazioni. Ancora negli anni ’30 l’Agip, che era riuscita a prendere il controllo di una compagnia petrolifera britannica per un bacino a Mosul, avrebbe potuto assicurare quanto bastava al fabbisogno nazionale e in sovrappiù a divenire esportatrice. Proprio allora Mussolini, alla vigilia della guerra in Etiopia, per fare cassa vendette la compagnia agli anglo- americani, «che di lì a poco iniziavano a estrarre dai giacimenti acquistati una quantità eccezionale di petrolio».

La controversia si chiuse definitivamente nel 1926. Il sopralluogo di tre commissari delegati dalla Società delle Nazioni aveva concluso che Mosul venisse incamerata dal nuovo regno iracheno, sotto il mandato britannico: la motivazione, che alla distanza suona ironica (ma già allora), era che l’assegnazione alla Turchia non avrebbe tutelato i diritti della popolazione curda.

Il trattato di Sèvres, firmato il 10 agosto 1920 fra le potenze vincitrici della guerra mondiale e la Turchia, aveva deciso la spartizione delle terre tolte all’impero ottomano. Aveva anche previsto la costituzione di uno Stato indipendente per i curdi, senza definirne i confini. Nel 1920 i delegati dei Paesi vincitori si riunirono a Parigi con i rappresentanti turchi. In capo a una discussione travagliata, si arrivò alla firma del trattato. Bisognava trovare un luogo solenne, anche perché un anno prima se ne era firmato uno nel Salone degli Specchi nella reggia di Versailles. Fu scelto il Salone d’Onore della Manifattura di Sèvres. Sèvres, piccolo comune alle porte di Parigi, aveva ospitato nel 1889 la Prima Conferenza Internazionale di Pesi e Misure, ed era diventata la depositaria del Prototipo Internazionale del Chilogrammo, che custodisce tuttora. Ma una cosa è il chilogrammo, un’altra le porcellane, e occorreva pensarci due volte prima di firmare il destino di un impero in frantumi in una manifattura di ceramica.

Com’era successo a Versailles con la Germania, il Trattato di Sèvres infierisce sulla spoglia della Turchia. I delegati del sultano Mehmet III non possono che firmare, dal momento che Istanbul è militarmente occupata dagli eserciti vincitori. Del grandioso impero non resta che uno spazio pietroso attorno ad Ankara: perduti i territori europei e arabi, perduta Smirne in favore della Grecia, perduta una vasta fascia dal Caucaso in qua in favore di un Grande Armenia, perduto il controllo degli Stretti, e previsto uno Stato indipendente anche per i curdi. Il rancore per Versailles covò a lungo prima di rovesciarsi nella guerra nazionalsocialista. Invece la Turchia umiliata a Sèvres si unì dietro Kemal Pascià e nel giro di un anno rovesciò il tavolo delle porcellane. Un nuovo Trattato a Losanna, 1923, ratificò la nuova situazione: niente più greci, niente più Grande Armenia, niente più Stato curdo.

Il vilayet di Mosul alla fine venne assegnato all’Iraq sotto il mandato britannico. Quel sentimento di umiliazione e di rivolta diventò proverbiale a definire da allora in poi i turchi: la «sindrome di Sèvres». Viene evocata ancora oggi, per spiegare il paranoico oltranzismo di Recep Tayyp Erdogan sugli armeni morti nel genocidio e sui curdi vivi o tramortiti. Amaro destino anche quello che accomunò in una sindrome di Sèvres rovesciata, di una grande speranza subito tradita, armeni e curdi, dopo che tanti curdi si erano prestati a far da scherani alla persecuzione dei primi. (Ma fra i curdi di oggi il riconoscimento di quel genocidio capostipite non è un tabù).

 

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