Questione morale a giorni alterni

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uggetti_nogarin

Ovunque sorgono esperti tuttologhi, leoni da tastiera che puntano il dito senza analizzare i fatti, senza riflettere. A tutti i livelli e di qualsiasi colore

Gli ultimi mesi hanno fatto sì che la stampa ringraziasse sentitamente la politica, più del solito, per i poco gradevoli accadimenti giudiziari. Prime pagine e titoloni narrano di un’Italia il cui filo tra legalità ed illegalità pare sia sempre più assottigliato, quasi esauritosi. Emerge, senza ombra di dubbio, una connivenza tra interessi generali e particolari, e per perseguire la mission si adopera qualsivoglia strumento, criminalità compresa. Addirittura la becera ricerca del consenso, tramite talent scout territoriali, per reti clientelari pare superata, pleonastica. Si bada ad altro. Questo è quanto scrivono, quanto si legge da quel connubio, a volte letale, tra ricostruzione fantasiosa dei fatti e realtà degli atti.

“Tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare” recita un vecchio proverbio. C’è chi urla allo spazzamento, in toto, della questione morale. C’è chi si chiede se sia mai esistita. Altri pensano stia tornando la II stagione di Tangentopoli. Idee, riflessioni e opinioni personali, questo è certo. Come sempre d’altronde. Di certo, è innegabile che una crisi della rappresentanza di tutti i corpi sociali sia entrata in questa stagione a vele spiegate, e ciò può generare mostri, parossismi. Ed ecco che i professionisti della politica si affidano ai professionisti del consenso. Insomma, parrebbe un semplice rapporto di collaborazione. Non lo è.

Una analisi è d’uopo. Lì dove non arriva la magistratura vi arrivano i media, tutti. Agli ordinari tre gradi di giudizio è possibile aggiungerne un quarto, capzioso: quello dei social. Ovunque sorgono esperti tuttologhi, leoni da tastiera che puntano il dito senza analizzare i fatti, senza riflettere. A tutti i livelli e di qualsiasi colore. L’importante è esprimere la propria idea, poi sbagliata o corretta che sia poco importa. Anche ciò rappresenta una fetta di degenerazione sociale che investe il paese. Garantisti con gli amici e giustizialisti con i nemici. Infamanti con i rappresentanti dei poli opposti, accomodanti con i propri. Ogni ci si ciba di pane e strumentalizzazione in chiave semplicistica: un avviso di garanzia equivale ad una condanna. Ovviamente se si è in antitesi rispetto all’accusatore. Poi, dopo la gogna mediatica, carriere e vite distrutte, potrebbe arrivare l’assoluzione. Chi paga per tutto ciò? Domanda retorica. L’indagato assolto, ovviamente.
Ma questo è altro argomento, non è il momento di trattare la riservatezza degli atti e tutto quanto ne concerne.

I partiti sono in grado di filtrare, controllare e selezionare i propri dirigenti? Potrebbe darsi. I malpensanti si chiedono se, in funzione del consenso, possa convenire farlo. Ciò, per me, è insito nel valore della politica stessa. È già un errore e soprattutto un fallimento arrivare a chiederselo. La selezione della classe dirigente dovrebbe essere elemento fondante degli organi deputati a volere occupare quello spazio, sempre più vuoto, tra cittadini ed istituzioni. Mancato ciò, sorgono i fantasmi di tutto quanto descritto in apertura e di tutto quanto quel che resta della politica sana ambisce a debellare. La sinistra, quella vera, ha  il compito ed il dovere di riportare al centro della discussione il concetto di partito, che oggi pare sfugga ai più; i valori del riformismo puro, di rappresentanza e l’idea di sinistra stessa. Un miraggio, ad ora.

Tutto ciò, inevitabilmente, avalla l’intervento a gamba tesa del principio di presunzione di colpevolezza: si è colpevoli fino a prova contraria. A foraggiare tutto ciò ci sono i professionisti del garantismo e del giustizialismo a giorni e colori alterni.

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